Il dolce chiamato Diplomatico ha origini antiche. Per alcuni si chiama cosi perché una torta simile fu inviata in dono da un diplomatico del ducato di Parma nel 1454 a Francesco Sforza, duca di Milano. Altra versione invece è quella che racconta che la torta sia stata originata a Verona, creata nel periodo post-natalizio per riciclare gli avanzi del Pandoro, dolce tipico del luogo. 

Osservando con attenzione la ricetta del diplomatico (o torta diplomatica) ci troviamo sia morbido pan di spagna che pasta sfoglia. C’è la crema (poca) e l’alchermes per amalgamare. Il risultato nel complesso è buono ma mangiare il diplomatico è complicato. Bisogna essere seduti, con un piatto sotto e un tovagliolone sulle gambe. Usare forchetta e coltello può essere difficile perché se non bagnato bene, soprattutto in acque territoriali, il diplomatico si frantuma. Mangiarlo con le mani prevede un’apertura boccale di rilievo e doti da apneista per evitare di venire annebbiati da una nuvola di zucchero a velo. E la sostanza, la crema, è sempre troppo poca. 

Se si sfoglia il vocabolario alla parola diplomatico si trovano svariate definizioni. La prima è “Funzionario dello Stato che rappresenta il proprio governo in un paese straniero”. Ma poi, approfondendo, si trova il significato figurato “persona che ha quelle doti di accortezza, equilibrio, sensibilità considerate proprie dei diplomatici”. Storicamente i diplomatici erano una sezione molto selezionata della gioventù aristocratica, quasi esclusivamente uomini, che conoscevano le lingue, vivevano in ambienti internazionali e avevano fatto studi prestigiosi. L’idea era che chi rappresentava il proprio paese all’estero dovesse avere particolari doti di prestigio ma anche personalità non ordinaria, per realizzare conciliazioni, accedere a informazioni, gestire situazioni delicate e, come è avvenuto recentemente, pericolose. 

Ma torniamo alla pastarella del diplomatico. Osservato alla luce della nuova pasticceria (e non si sta parlando qui di cucina molecolare ma neanche di Benedetta Parodi) il diplomatico, se l’insieme è dosato con equilibrio, si può anche definire un dolce accettabile, sebbene con un peso specifico da zavorrarci le mongolfiere e decisamente vecchio stile. Qualcuno che ha a cuore la propria salute e le sorti del suo paese farebbe a meno dell’accoppiata pan di spagna-pasta sfoglia, un connubio pomposo e di utilità discutibile. Qualcuno pensa di rivisitare la ricetta e ricavarne un dolce diverso, più modesto. Altri insistono sulla sostanza, e vorrebbero soltanto la crema, trasformandolo in un dolce al cucchiaio. Senza queste necessarie metamorfosi è possibile che il diplomatico scompaia, e diventi soltanto la voce di qualche menu per filologi della gastronomia o il soggetto degli aneddoti di nonnetti arzilli che raccontano ai loro nipotini di quando il ministro cercò di mandare indietro due pescatori italiani, al posto dei marò, ma gli indiani non mangiarono la foglia…