Dovrà dire addio a ruspe e cazzuola e ai suoi sogni di costruire Milano 4, ma Berlusconi junior non ha alcuna intenzione di arrendersi e ha deciso di chiedere i danni per la mancata edificazione per una cifra che si aggira sui 60 milioni di euro.

Non arriveranno più i 420mila metri cubi di cemento sul celebre terreno della Cascinazza di Monza acquistato negli anni Ottanta da Paolo Berlusconi, fratello del Cavaliere, perché tutti i suoi50 ettari sono destinati ad entrare nel Parco della media valle del Lambro. L’ha deciso la giunta di centrosinistra che si è insediata nel giugno scorso al governo della città di Monza, revocando la Variante al Pgt costruita dall’ex ministro Paolo Romani mandato come assessore all’Urbanistica proprio per chiudere la questione nel 2008 (e finito poi indagato per la vicenda per istigazione alla corruzione assieme a Paolo Berlusconi). La Giunta «rossa», tra l’altro, non solo ha deciso che non sarebbe arrivato nuovo cemento, ma ha perfino vincolato per sempre l’area a Parco, stabilendone la tutela e impedendo edificazioni future se non con qualche recupero della vecchia cascina.

Un bello sgambetto per la proprietà dell’area (che oggi è la Lenta Ginestra, società che ha incorporato la Istedin di Paolo Berlusconi con un finanziamento soci infruttifero di scopo per corrispettivi 40 milioni di euro) che però non ha alcuna intenzione di arrendersi.

Stavolta, considerando che la Variante al Pgt redatta quando era assessore Paolo Romani aveva fatto rivalutare il terreno di almeno 60 milioni di euro, la società si è rivolta al Tar chiedendo il risarcimento per danni patiti per un corrispettivo pari al valore economico dell’edificabilità, una cifra che sfiora appunto i 60 milioni. Il Comune di Monza ha dato ora mandato all’avvocato per resistere in giudizio e l’assessore all’Urbanistica Claudio Colombo si è detto tranquillo. «Anche perché – ha svelato – la proprietà nel notificare il ricorso impugnando la delibera di revoca aveva commesso un errore e al posto di inviarla a Monza, l’aveva spedita al comune di Milano. Con conseguente decadimento del ricorso e scadenza dei termini per agire contro la decisione dell’Amministrazione».

Naufragata così la possibilità di contestare la mancata edificazione, adesso la società si può limitare a chiedere i danni. La vicenda, insomma, dopo trent’anni continua. Acquistato nel 1980 dai Ramazzotti (quelli dell’Amaro), il terreno era costato 11mila lire al metro quadro perché era considerato agricolo (vi sorgeva solo l’antica Cascina, da cui la zona prende il nome oltre ad essere a rischio esondazione del fiume Lambro). I nuovi proprietari però avevano chiesto subito l’edificabilità appellandosi a un vecchio piano di lottizzazione del 1962 già decaduto. Tentativi di edificare tutti falliti, fino a quando la Cassazione nel dicembre 2006 aveva espresso l’ultima parola, dando ragione al Comune che non permetteva l’edificazione e torto alla Istedin. «Deve essere rigettato il ricorso che chiedeva diritto ad edificare e nessun indennizzo è dovuto alla proprietà», stabilì la Corte, chiudendo così la questione. Ma adesso la società che ha acquisito per incorporazione Istedin ha deciso di riprovarci.