Il mondo FQ

Cinema, la “legge Avati” fa il miracolo: unisce Meloni e Schlein, ma perde i soldi per i piccoli

La riforma del settore passa 218 a 6: FdI e Pd fondono le loro proposte. Nasce l’Agenzia, ma il ministro nomina quasi tutto. E la Commissione Bilancio cancella i contributi per sale e produzioni indipendenti.
Cinema, la “legge Avati” fa il miracolo: unisce Meloni e Schlein, ma perde i soldi per i piccoli
Icona dei commenti Commenti

Era salito sul palco dei David di Donatello, l’8 maggio 2025, a ritirare un premio alla carriera, e invece di ringraziare aveva cercato con gli occhi la sottosegretaria alla Cultura. “Volevo dirti, la cosa di Cinema Revolution è carina, però noi abbiamo bisogno di qualcosina di più”, aveva detto a Lucia Borgonzoni, ricordandole le società piccole e indipendenti che “stanno facendo una fatica pazzesca”. Poi, vedendo che lei non batteva le mani mentre la sala applaudiva: “Oh applaudi! Devi applaudire. Perché non applaudi?”. E aveva chiesto l’unica cosa che in Italia non succede mai: che Schlein e Meloni si mettessero d’accordo sul cinema.

Quattrocentonovanta giorni dopo, ieri, Pupi Avati ha telefonato con la voce di chi ha vinto una causa lunga: “A 87 anni allora è servito battersi per questa legge ed è passata a pieni voti, è meraviglioso”. A Montecitorio la chiamano ormai “legge Avati”: il testo che istituisce l’Agenzia per il cinema e l’audiovisivo è stato approvato dalla Camera con 218 sì, 6 no e nessun astenuto, e passa al Senato. Contrari il gruppo di Futuro Nazionale e Luigi Marattin (Pld).

Quel 218 a 6 è il fatto politico. In una legislatura in cui quattro leggi su dieci sono conversioni di decreti e appena un quarto nasce da iniziativa parlamentare — i conti sono di Openpolis — una proposta a prima firma della segretaria del Pd è stata fusa con quella di Federico Mollicone di Fratelli d’Italia e votata dal governo. Il patto chiesto dal palco dei David, di fatto, c’è stato.

Cosa cambia. Dal 1° gennaio 2028 nasce un ente pubblico che assorbe le funzioni gestionali della Direzione generale Cinema; al ministero restano indirizzo, vigilanza e poteri ispettivi. Accanto, un Forum di sedici componenti e una Commissione di venti esperti che decide a chi vanno i contributi selettivi. E tre deleghe al governo, la principale con ventiquattro mesi di tempo.

È sull’aggettivo “indipendente” che conviene rallentare. Il direttore è nominato con decreto del presidente della Repubblica su proposta del ministro della Cultura. Del cda, due membri su cinque li designa il ministro, uno il Tesoro, uno la Conferenza Stato-Regioni, uno il Forum: che il ministro nomina per intero, presidente compreso. I venti valutatori, nominati dal ministro con decreto. E i conti restano una promessa: il Servizio bilancio, il 3 agosto, annotava che “sia il testo unificato sia gli emendamenti approvati non erano corredati di relazione tecnica“.

Nel voto, intanto, sono spariti i soldi veri. È stato soppresso l’articolo 5, che dal 2028 trasformava il credito d’imposta per le sale — oggi fra il 20 e il 40 per cento — in contributo diretto esente, per la prima volta anche a copertura del funzionamento della sala e non solo dei lavori, con maggiorazioni per le storiche. Ed è caduto l’articolo 6, sui contributi selettivi alla produzione indipendente: cancellato all’unanimità, senza che nessuno dicesse una parola. Li ha tolti la commissione Bilancio, che aveva condizionato il parere favorevole a una dozzina di emendamenti soppressivi ai sensi dell’articolo 81. Agli atti il rilievo non era la mancanza di fondi: era che il nuovo contributo pescava dallo stesso Fondo del vecchio credito d’imposta senza che il riparto fosse coordinato con i limiti di spesa. Sistemare il raccordo richiedeva tempo, cancellare no. Ed è andata in scena in un’Aula che a quel punto non capiva più cosa stesse votando: sul mantenimento dell’articolo 5 hanno schiacciato al contrario da entrambe le parti e il presidente ha dovuto revocare la votazione, “rischiamo di fare un pasticcio”. Sono esattamente le piccole e indipendenti di cui parlava Avati dal palco.

L’unico scontro vero è stato dentro il centrodestra. Bocciato un articolo aggiuntivo di Futuro Nazionale sui minori e l’identità di genere, un deputato di Vannacci ha annunciato: “Usciremo da quest’Aula e diremo al mondo che Fratelli d’Italia e Pd sono uniti“. Fratelli d’Italia ha chiesto alla presidenza di intervenire prima, perché quei tentativi puntano a “una produzione di materiale video utile da poter divulgare in rete”.

Le critiche di merito le hanno portate M5s e Avs, sull’intelligenza artificiale. Gaetano Amato ha raccontato il doppiaggio: “Qualsiasi doppiatore comincia con i brusii, con le parole fuori campo. Ecco, già questo è stato eliminato. E lo fanno con l’intelligenza artificiale”. Elisabetta Piccolotti chiedeva di scrivere la tutela occupazionale dentro la delega: bocciata, ordine del giorno annacquato in un “valutare l’opportunità”. “L’unica cosa che mi consola è che la delega dura due anni. Probabilmente potrà essere un altro Governo”. Borgonzoni ha rivendicato le norme già in vigore, nate — ha spiegato — dagli attori minorenni “obbligati a firmare contratti dove dovevano vendere la loro immagine per addestrare le macchine“.

Poi sono arrivati i ringraziamenti, e sono stati tanti. Il ministro Alessandro Giuli ha parlato di “un modello di coesione che pone al centro l’interesse del settore” e di “uno stile nuovo nei rapporti con il cinema, fondato sul dialogo, sulla fiducia e sulla responsabilità reciproca”, elencando fra i pilastri della riforma il riordino del tax credit. Il relatore Gimmi Cangiano ha parlato di “un momento significativo di maturità parlamentare“; il Pd rivendica la “legge Schlein”. Nessuno ha ringraziato gli esercenti, che dalla giornata escono con un’agenzia in più e un contributo in meno.

Gentile lettore, la pubblicazione dei commenti è sospesa dalle 20 alle 9, i commenti per ogni articolo saranno chiusi dopo 72 ore, il massimo di caratteri consentito per ogni messaggio è di 1.500 e ogni utente può postare al massimo 150 commenti alla settimana. Abbiamo deciso di impostare questi limiti per migliorare la qualità del dibattito. È necessario attenersi Termini e Condizioni di utilizzo del sito (in particolare punti 3 e 5): evitare gli insulti, le accuse senza fondamento e mantenersi in tema con la discussione. I commenti saranno pubblicati dopo essere stati letti e approvati, ad eccezione di quelli pubblicati dagli utenti in white list (vedere il punto 3 della nostra policy). Infine non è consentito accedere al servizio tramite account multipli. Vi preghiamo di segnalare eventuali problemi tecnici al nostro supporto tecnico La Redazione