“L’area monetaria non è un destino ineluttabile, se facciamo scelte sbagliate ad un certo punto salta. Nel prossimo Parlamento noi avremo metà parlamentari antieuro”. Stefano Fassina, in un recente convegno, ha lanciato quello che dal suo punto di vista è un grido d’allarme. Non è il solo a preoccuparsi, peraltro. In un articolo non smentito del 3 febbraio scorso, il corrispondente da Bruxelles del britannico The Telegraph ha rivelato alcuni documenti della commissione che pianificano una maggiore spesa in comunicazione col fine di influenzare il dibattito a favore dell’euro e delle istituzioni europee su social network e blog da ora alle elezioni continentali del 2014: “Particolare attenzione deve essere prestata ai paesi che hanno sperimentato un aumento euroscetticismo”, scrive la Commissione. Resta un fatto paradossale che in un paese come l’Italia, in cui “la metà del prossimo Parlamento” sarà più o meno anti-euro (o fortemente critica) – M5S, Pdl e Lega, Rivoluzione civile – sui media tradizionali non ci sia alcun dibattito di merito su questo punto.

Non è così all’estero. Citando un po’ a caso. A settembre George Soros ha scritto sulla New York Review of Books che “la Germania deve scegliere tra divenire un potere egemonico più benevolo, oppure abbandonare l’euro: in altre parole, la Germania deve guidare o lasciare”. A luglio Bank of America-Merril Lynch aveva sostenuto in un suo paper che “all’Italia e all’Irlanda conviene uscire dall’euro”. A dicembre, infine, Andrew Roberts, analista di Royal Bank of Scotland, la prima banca britannica, ha dichiarato che “se c’è un paese nell’Ue che potrebbe trarre beneficio dal lasciare l’euro e dal ripristino della competitività, è l’Italia” visto che “ha un vivace settore delle esportazioni e un avanzo primario”. Ecco, dunque, un breve panorama delle posizioni sulla moneta unica dei partiti italiani (pavidamente tenute sottotraccia), che va però letto tenendo presente una cosa: al momento niente lascia supporre che gli azionisti di maggioranza dell’euro – i paesi del Nord Europa – siano disposti a concessioni riguardo i meccanismi di funzionamento dell’Unione (eurobond, trasferimento di fondi ai paesi periferici, coordinamento delle politiche economiche).

Movimento 5 Stelle. E’ la lista più dichiaratamente anti-euro, anche se con qualche oscillazione. La linea ufficiale è che bisognerebbe sottoporre quella scelta a referendum dopo un anno di pubblico dibattito. Beppe Grillo, però, ha evocato più volte l’uscita. Ad esempio, nel maggio scorso, in un’intervista a Bloomberg: “Se per rimanere nell’euro e pagare gli interessi sul debito alle banche, in prevalenza tedesche e francesi, dobbiamo uccidere l’economia del nostro Paese forse è il caso di fermarsi a riflettere. In particolare se il debito pubblico e lo spread aumentano comunque mentre veniamo strangolati. L’euro non può essere un tabù”. E ancora: “L’euro è un cappio che si sta stringendo sempre di più attorno al nostro collo, e non c’è un minimo segno di conforto”. Ad aprile sul blog: “Quando si mette in discussione l’euro, la reazione indignata e corale è ‘Non possiamo uscire dall’Europa’, come se l’Europa si identificasse con l’euro… Stati come Portogallo, Italia, Irlanda, Spagna, Grecia e forse in futuro Francia e Olanda non possono reggere il passo dell’economia tedesca. Una moneta dovrebbe riflettere il valore dell’economia di un Paese, ma l’euro rappresenta al più il valore del marco”. Sul blog di Grillo, infine, è stato recentemente ospitato un video intervento di Alberto Bagnai, economista – e blogger del nostro sito – tra i più radicali e documentati nella critica della moneta unica (per chi è interessato, goofynomics.blogspot.it o il libro Il tramonto dell’euro).

Rivoluzione civile. Nel programma del movimento di Antonio Ingroia è previsto che l’Italia denunci unilateralmente il Fiscal compact e in generale i vincoli di bilancio (accettati dall’Italia sotto l’ultimo governo Berlusconi) per costruire una nuova Europa più solidale ed equa rispetto a quella prodotta dalle politiche mercantiliste dei paesi del Nord. Non è un caso che l’ex pm di Palermo abbia incontrato recentemente Jean-Luc Mélenchon, leader del Front de Gauche francese, che esprime le stesse posizioni di RC sul Fiscal compact come parte di un più articolato piano di uscita dall’euro elaborato dall’economista Jacques Sapir. Nelle liste del movimento, infine, è candidato in buona posizione Vladimiro Giacchè, le cui analisi sulla moneta unica sono assai critiche: “L’euro era un patto basato da un lato sulla rinuncia alla sovranità monetaria, dall’altro su bassi interessi sul debito: se uno dei due poli di questo accordo vengono meno, allora viene meno la convenienza di restare nell’euro”, ha spiegato alla web tv del Fatto. Non saranno comunque le scelte politiche a far detonare l’euro, dice Giacchè, ma le dinamiche economiche sottostanti: “Quello che sta accadendo è una ‘balcanizzazione finanziaria dell’Europa’: i capitali che francesi e tedeschi hanno prestato negli anni scorsi ai paesi periferici stanno tornando a casa, quindi i rapporti finanziari tra i vari paesi cominciano a districarsi e questo rende la fine dell’euro tecnicamente sempre più possibile. Ciò che la rende probabile, invece, è che si accentua la divergenza fra le economie dei vari paesi”.

Pdl. Silvio Berlusconi è da sempre un euroscettico, ma dal settembre scors o ha decisamente alzato i toni sulla moneta unica (anche se nel suo modo tipicamente confuso e ondivago): “L’euro è un grande imbroglio”, fu la frase con cui ritornò sulla scena dopo le dimissioni da premier. Il Cavaliere chiede di costruire “una vera Banca centrale che garantisca i debiti sovrani dei paesi che, utilizzando tutti l’euro, non possono pagare in modo diverso la moneta, l’1% la Germania e noi il 4-5%”. Ovviamente, “se la Bce non dovesse garantire i nostri debiti pubblici noi ci vedremo costretti, e probabilmente non saremmo noi il primo paese ma la Grecia, a uscire dall’euro e tornare alla moneta nazionale, che potremmo stampare e ci consentirebbe quelle svalutazioni competitive positive per rendere i nostri prodotti più convenienti”. Va detto che altre volte ha sostenuto con la stessa convinzione che l’uscita dall’Eurozona “sarebbe una catastrofe”.

Lega. “Oggi, dopo dieci anni dall’entrata in vigore della moneta unica – si legge in un documento del partito di fine 2012 – ci si sta lentamente rendendo conto, da più parti, che il momento politico doveva precedere quello monetario-fiscale. Persino la cancelliera tedesca, Angela Merkel ha dovuto arrendersi di fronte alle profonde incongruenze create dalla moneta unica e da una sottomissione quasi totale della politica alle logiche nefaste del mercato”. La proposta di Roberto Maroni, dunque, è quella di sottoporre a referendum tanto l’euro, quanto i Trattati europei e il Fiscal compact.

Fare. Il movimento che candida a premier Oscar Giannino è fedele all’euro e all’austerità dei conti pubblici propagandata a Bruxelles e Berlino. E’ tanto vero che Fare propone come primo atto della prossima legislatura la richiesta di accedere allo scudo “anti-spread” della Bce (e relativi nuovi impegni a cui sottomettersi in tema di bilancio pubblico). Va detto, però, che in una recente intervista Luigi Zingales – professore negli Usa e tra i fondatori del movimento – ha dichiarato quanto segue: “L’aspetto criminale dei fondatori dell’euro è che tutto questo lo sapevano, e non solo non han fatto nulla, ma anzi l’hanno fatto apposta: la crisi dell’euro di oggi era inevitabile”. Di più: “Era una scelta premeditata: ‘Nel  momento di crisi, ci uniremo di più’, si pensava. Abbiamo buttato il cuore oltre l’ostacolo, solo che il corpo è rimasto di qua”.

Pd+Monti. Sono i pasdaran della moneta unica. Pier Luigi Bersani, a differenza del suo (forse) prossimo alleato, ritiene però che la Germania e gli altri paesi core debbano concedere maggiori libertà di bilancio ai Piigs e accollarsi parte delle prossime emissioni di debito pubblico. Il partito di Vendola si muove un po’ a fatica in questo scenario, ma finora ha deciso non smarcarsi affatto dal Pd.

Io amo l’Italia. Citiamo il piccolo movimento di Magdi Cristiano Allam solo perché è l’unico che ha inserito nel suo programma elettorale l’uscita dall’euro “per restituire 100 miliardi alle imprese italiane”.

di Marco Palombi