Brutte notizie per la società che voleva comprare La7. Cairo Communication, concessionaria per la pubblicità del canale televisivo, ha chiuso il 2012 con utili netti in calo del 20,5% a 18,6 milioni di euro e ricavi ridimensionati dell’1,8% a 313,5 milioni. Particolarmente cospicua è stata la raccolta pubblicitaria sull’emittente di Telecom, 161,9 milioni di euro, inferiore del 3,4% rispetto al 2011, ma con un andamento migliore di circa 12 punti percentuali rispetto a quella del mercato pubblicitario televisivo (-15,3%), a conferma dei risultati positivi conseguiti negli ultimi anni.

Considerando infatti il quadriennio 2009-2012 emerge che a fronte di un calo complessivo del mercato pubblicitario televisivo del -19%, la raccolta pubblicitaria di La7 è invece cresciuta di circa il 43,8%, quando nello stesso periodo lo share medio del canale è passato dal 3,08% del 2008 al 3,45% del 2012. Lo scenario per la società di Urbano Cairo non è più roseo neanche per l’anno corrente. “Anche nel 2013 c’è uno scenario competitivo di sempre maggiore complessità”, si legge in una nota della società, ma “il gruppo considera realizzabile l’obiettivo di conseguire risultati gestionali fortemente positivi”. L’evoluzione della situazione generale dell’economia, avverte però il presidente del Torino, “rischia di condizionare il pieno raggiungimento di questi obiettivi”.

Cairo Communication, tuttavia, non è il più probabile acquirente del canale televisivo. Il gruppo Ti Media, che controlla La7, se mai la vendita dovesse davvero andare in porto, potrebbe anche finire sotto il controllo del Fondo Clessidra, che fa capo all’ex amministratore delegato di Fininvest, Claudio Sposito. Secondo Repubblica, la vendita da parte di Telecom Italia doveva già avvenire giovedì scorso, quando il cda aveva esaminato le offerte vincolanti giunte al termine di un processo partito ufficialmente nel giugno 2012, con la maggioranza dei consiglieri già espressa a favore della proposta di Clessidra preferendola a quella di Cairo. Ma è stata poi rinviata perché, al momento della votazione, il presidente Franco Bernabè ha chiesto ai consiglieri di amministrazione di Intesa Sanpaolo e Mediobanca una dichiarazione scritta del loro conflitto di interessi ai termini della legge Vietti del 2003.