Difficile da contrastare per mancanza di politiche adeguate e costosa, questa è la corruzione nel settore della difesa a livello mondiale. Ogni anno, calcola Transparency International, il malaffare in questo campo si porta via 20 miliardi di dollari, ossia la stessa cifra che i leader del G8 si impegnarono a stanziare per combattere la fame nel mondo durante il vertice de L’Aquila nel 2009. Soldi che anche in futuro difficilmente potranno essere salvaguardati stando ai risultati del Governament Defence Anti-Corruptin Index stilato dall’organizzazione non governativa.

Oltre il 70 per cento dei Paesi manca di leggi adeguate per prevenire la corruzione. Tra i Paesi a rischio elevato o molto elevato si collocano sette dei nove maggiori importatori di armi nel 2011. Tra questi spiccano l’Arabia Saudita (cui va dato atto di essersi impegnata per invertire il giudizio, sottolineano gli estensori), il Marocco, la Cina, il Pakistan e la Turchia. L’Italia sta in fascia C, quella con rischio moderato, in compagnia tra gli altri, di Francia, Spagna, Grecia, Giappone e Colombia. Per quanto riguarda il controllo politico l’organizzazione non governativa riconosce il ruolo del Parlamento nel vagliare sia la strategia sulla difesa sia il bilancio, ma sottolinea la scarsa influenza su queste questioni e la quasi assenza di dibattito pubblico. Si punta inoltre il dito sulla politicizzazione delle nomina agli alti livelli dei servizi e la mancanza di valutazioni sistematiche sul rischio corruzione. Il versante finanziario è quello in cui il Paese si piazza peggio in particolar per l’inadeguato esame delle spese su strumenti coperti da segreto e sulla scarsa trasparenza nelle spese fuori bilancio.

Critiche queste già avanzate a giugno dallo Stockholm International Peace Research Institute (Sipri) nel suo rapporto annuale che sottolineava come la spesa militare italiana sia tutt’altro che trasparente, spezzettata nei bilanci di diversi dipartimenti. E stando alle critiche ricevute dalle organizzazioni pacifiste, la situazione e la posizione italiana potrebbero peggiorare per effetto del progetto di revisione delle Forze armate voluto dal ministro Di Paola e approvato lo scorso dicembre, che di fatto dà carta bianca al ministero della Difesa per spendere fuori dal controllo parlamentare. “La corruzione nella difesa è pericolosa e porta a sprechi, i costi ricadono sui cittadini, sui soldati, sulle aziende e sui governi. La maggior parte dei Paesi non fa niente per prevenire, lasciando l’opportunità di nascondere i casi e sprecando fondi che potrebbero essere spesi in modo diverso”, ha spiegato in una nota Mark Pyman, direttore per la difesa e la sicurezza di Transparency International.

Come ricorda alla Bbc almeno la metà dei Paesi presi in esame non pubblica i bilanci sulla difesa o li pubblica in modo che sia impossibile fare una qualsiasi analisi. Molti di questi sono democrazie sottolinea, da cui ci si aspetterebbe comportamenti diversi. Un caso limite normalmente in cima alla lista degli Stati meno corrotti al mondo, ma in questo caso nelle ultime posizioni, è quello di Singapore, dove le informazioni sulle spese per la difesa sono coperte da riserbo totale. Unici due Paesi ad avere meccanismi anti-corruzione che riducono al minimo i rischi sono l’Australia e la Germania. Un livello dopo si trovano gli Stati Uniti e la Gran Bretagna, ossia il Paese che spende di più nell’Europa occidentale. Tuttavia i tagli alla spesa negli Stati Uniti e in Europa spingono i grandi mercati di armi a cercare contratti in altre parti del mondo, soprattutto Medio Oriente e Asia, i cui governo tuttavia si piazzano nelle tre bande a rischio.

di Andrea Pira