Prima i sospetti e i borbottii poi la certezza e la rabbia fino agli strappi. La composizione delle liste Pd di Camera e Senato per le imminenti elezioni di febbraio è stata decisa a Roma dalla direzione nazionale, in barba ai risultati delle primarie sarde. Nell’Isola così si consuma la rivolta interna al partito e arrivano le prime dimissioni di contestazione. Il capogruppo in Consiglio regionale Giampaolo Diana ha annunciato infatti questa mattina la rinuncia alla carica mentre si attende un’infuocata conferenza regionale del partito. Subito seguito dal vicepresidente del Gruppo, Marco Espa.

Non solo, Diana contattato al telefono da ilfattoquotidiano.it, dice che, insieme al gruppo deciderà se far mancare la stessa presenza del Pd nell’Assemblea regionale. Si minaccia un partito fantasma, dunque. E poi ancora autosospensioni, di sindaci, consiglieri e amministratori, l’indignazione dei Giovani democratici oltre alla bufera sul web della base non disposta a partecipare a una campagna elettorale non rispettosa delle primarie. E a Cagliari si susseguono le conferenze stampa di segretari provinciali e cittadini. Tutto ciò in una delle regioni- fortino del segretario Pierluigi Bersani che, rispetto alla rappresentanza attuale, perde comunque posti in Parlamento per questioni demografiche.

“Quel che successo è inaccettabile – spiega Diana – Ed è la stessa reazione dei cittadini-elettori che hanno votato e che hanno creduto nel processo di partecipazione violato dalla direzione nazionale. Con queste azioni speriamo in un ripensamento…”. Ma sui passi indietro in pochi contano davvero. A Roma la delegazione sarda ieri ha votato contro la decisione, ma senza peso specifico. E il segretario regionale Pd, Silvio Lai, diventato capolista al Senato ha accennato, senza convinzione, alle sue dimissioni. O a una rinuncia alla candidatura, ma ancora si attende. Il pomo della discordia sono i quattro nomi decisi dall’alto, dall’apparato della capitale. Un effetto domino che provoca due posti traballanti dati prima per certi. E che ora diventano quasi certamente esclusi, nonostante la benedizione del popolo Pd. Si tratta del cagliaritano Paolo Fadda, bersaniano, e del sassarese Gavino Manca, renziano appoggiato da Arturo Parisi. Con le liste approvate ieri sarebbero fuori dagli eletti sicuri, salvo ottimi risultati.

I vincitori sono stati scavalcati dal sociologo Luigi Manconi, di origine sassarese, e marito di Bianca Berlinguer, collocato a sorpresa nella lista del Senato e dal sulcitano Francesco Sanna, già senatore Pd, trombato dal voto del 30 dicembre. Ma reinserito in lizza per Montecitorio per meriti sul campo. “Non ci aspettavamo uno schiaffo così pesante – continua Diana – almeno non fino a ieri. Credevamo ci fosse spazio di manovra. Ma poi sono usciti fuori quei nomi, con in più la casella vuota, da riempire a piacimento”.

La Sardegna è una delle poche regioni con un buco: il quarto posto con vicino la scritta “per altri partiti”. Ossia per un socialista, ancora da decidere. “Anche questo atto è terribile – dice ancora Giampaolo Diana – si usano le caselle e i nomi così, per equilibri nazionali, con il bilancino, senza tener conto della rappresentanza territoriale”. Nulla di certo si sa sul nome, tra le ipotesi quello di una donna laziale, soluzione valida per rispettare l’equilibrio di genere. Oppure di altri nomi ben riconoscibili che poco hanno a che fare con la Sardegna: Bobo Craxi e Claudio Martelli. “Personaggi blasonati già 20 o 30 anni fa – insiste Diana – chi per nepotismo chi per incarichi”. L’enigma sul personaggio misterioso sarà comunque sciolto tra oggi e domani, e saranno altri mal di pancia.

Prima ancora era spuntato fuori il nome di Alessandra Tresalli, Carbonia, scelta tra i designati di Renzi per via diretta. Candidatura solo vociferata e durata meno di 48 ore, subito sparita, dopo le forti polemiche del Pd del Sulcis-Iglesiente che contestava un’altra scelta calata dall’alto. La delusione nell’Isola è tanta per le regole non rispettate e per la bella occasione persa: “Il nostro partito – sostiene Diana – è schizzato nei sondaggi dopo le primarie e anche in Sardegna c’è stato molto entusiasmo. Semplicemente perché è stato l’unico a rivolgersi agli elettori per scegliere i rappresentanti di Camera e Senato. Uno strumento di partecipazione attiva contro questa legge elettorale che non permette nulla. E poi, così, si decide tutto a Roma, si rovesciano i risultati e la gente può tranquillamente dire “siete tutti uguali””.

Sul piede di guerra anche il vicesegretario del Pd Francesca Barracciu che fa un paragone impietoso proprio con la legge elettorale: “Questa è una porcata peggiore del Porcellum” che “va respinta in tutti i modi”. O delle regole: “i perdenti sono diventati vincitori, i vincitori sono ora perdenti, le donne nei posti utili sono meno del 33% e per di più, nonostante per via della popolazione abbiamo perso già due parlamentari, ai sardi vengono sottratti altri due posti e attribuiti a non sardi”. La sfida è stata lanciata ora bisogna vedere se arriverà, oltre Tirreno, a Roma. Ieri aveva iniziato la Puglia.