Centomila euro al giorno saranno a disposizione della signora Veronica Lario, da oggi al giorno della sua morte, per le piccole spese, per le esigenze dei suoi adorabili piccini, tutti maggiorenni e ben sistemati, ma, soprattutto, perché , come sentenzia l’avvocato Annamaria Bernardini-De Pace (collega della Cristina Morelli che difende la Lario) “è giusto che al coniuge venga riconosciuto lo stesso tenore di vita antecedente le separazione”. Cioè: se prima andava dal salotto alla camera da letto in elicottero deve poter continuare a farlo. A pagare perché “il lusso si addice a Veronica”, sarà uno dei peggiori farfalloni-marito della storia del matrimonio occidentale: Silvio B. Impenitente puttaniere, esibizionista fallico, chiacchierone e vanitoso al punto da rendere impraticabile, anche per la più tollerante delle mogli, un dignitoso silenzio.

La cifra è così abnorme da alienare alla beneficiata qualsiasi simpatia. Tre milioni di euro al mese non li deve possedere nessuno, non oggi, non qui, non mentre il Paese affonda nella crisi economica peggiore del secolo. Nessuno. Né donna né uomo. Non tre milioni di euro, per favore: né disonestamente guadagnati né vinti alla grande roulette dei sentimenti. Tipo: io ti faccio innamorare, tu mi mantieni in ricchezza e ben al riparo dall’onta di un medio benessere. Tu non ti comporti più come dovresti? Io ti lascio, sei un vecchio scimmione ai cui inesauribili appetiti si immolano tutte le bellocce senza altri interessi che lucrare sulla loro bellezza. Io ti disprezzo ma non mi deprezzo, col cavolo che rinuncio al mio status di plutofemmina pagata oro. Quindi: io ti divorzio e tu mi siedi su un pacco di milioni. No, Veronika non può essere assunta al Cielo delle Moraliste di buon gusto. Né salire sul carro delle Femministe . Troppo vorace. Troppo venale. Troppo mercantile. In definitiva: troppo berlusconiana. Come dire: dio li fa e poi li sposa. Erano ben accoppiati. Due cuori e un tot di cassaforti.

Difficile, al cospetto della soluzione finale, prendere le parti del pagante o della pagata. Lui non ci fa pena: ancora oggi, a più di vent’anni, dalla sua “discesa in campo”, non conosciamo la genesi della sua fortuna economica. Ha ridotto noi in miseria governando con l’occhio al suo portafoglio invece che al nostro. L’Italia era sempre più indebitata e lui sempre più ricco. Possiamo piangere se, con un colpo da maestra, la sua ex signora, si intesta una parte del bottino? Sono affari loro. E non esattamente affari di cuore. Quelli con cui empatizziamo non sono i Trump o i Berlusconi, che possono permettersi vampire di bell’aspetto come la Ivana e la Veronica e poi, pur bestemmiando, liquidarle come pretendono. Quelli che ci fanno pena sono tutti gli altri, donne e uomini dagli stipendi normali, costretti a convivere ben al di là del desiderio o del rispetto o della simpatia, perché anche mettere fine a un matrimonio è diventata una scelta da privilegiati. Un insegnante divorziato si trova, pagati gli alimenti, a doversela cavare con poche centinaia di euro al mese. E con quelle deve affittarsi un nuovo appartamento. Il passo fra una decorosa normalità e un’imbarazzante miseria è breve. Una insegnante separata, a fronte di poche centinaia di euro di alimenti, deve mantenere due figli, pagarsi tutte le bollette, far fronte a tutte le emergenze.

C’è un’economia di scala che rende conveniente la convivenza multipla. In regime di semipovertà la famiglia è d’obbligo. E allora? Resistere resistere resistere? Anche se ti tradisce platealmente, se è diventato noioso o lamentosa, se mente, se è acido o arrogante, se non avete più niente da dirvi, se non c’è complicità né fiducia, se non c’è più attrazione né tenerezza, se la sola presenza dell’altro/a ti provoca un’ irritazione ingovernabile? Forse è meglio affrontare la povertà. Spesso le donne lo fanno. Certe volte gli uomini, invece, optano per l’uxoricidio (120 donne uccise dal proprio uomo nel 2012). Rispetto a una moglie separata una moglie morta è molto più economica. Tranquilla Veronica, Silvio non lo farà. Non in campagna elettorale.
 

Il Fatto Quotidiano, 29 dicembre 2012