La lista Monti resterà nel cassetto. Dopo l’ennesima giornata convulsa, fatta di tensioni dentro il Consiglio dei ministri (l’ultimo gesto di sprezzo di Elsa Fornero davanti al Parlamento, quando è fuggita tappandosi le orecchie per non sentire le critiche della Lega) hanno velato d’amaro anche gli ultimi momenti a palazzo Chigi. E, poi, quell’atto di forza, sempre della Lega al Senato, mal digerito dal Professore: il decreto “tagliafirme” che resta al palo, con il governo che sarà chiamato ancora una volta a riunirsi, prima del 28 dicembre, per un nuovo provvedimento che consenta l’inizio della campagna elettorale e lo scioglimento delle Camere.

Momenti di tensione, si diceva, ma mai così forti come quello che Monti ha dovuto affrontare ieri sera quando è salito al Quirinale per rassegnare le dimissioni. L’accoglienza, gelida, del Capo dello Stato è stata – forse – l’elemento decisivo sulla scelta del suo personale percorso futuro: nessuna candidatura, neppure nessun endorsement nei confronti dei centristi, niente nome prestato come “brand” a una federazione di liste. Solo un “manifesto programmatico” da offrire alla politica e ai partiti per restare “riserva della Repubblica”. E senza bruciarsi anche la carta della possibile salita al Quirinale, come da sempre previsto, anche dallo stesso Napolitano.

Mario Monti, dunque, resterà al suo posto. Domani, durante la conferenza stampa di fine anno, alla quale parteciperà come presidente del Consiglio dimissionario, presenterà il suo memorandum. Una sorta di Talmud dell’esecutivo tecnico, con l’intento ideale di spostare l’attenzione dalla sua persona ai contenuti, un elenco nero su bianco del bilancio delle cose fatte e di quelle rimaste in sospeso, comunque da fare. In due parole: l’Agenda Monti. I pilastri sono consolidamento dei conti e crescita economica, con qualche suggerimento in più, un pacchetto di provvedimenti per alleggerire finalmente la pressione fiscale per famiglie e imprese che Monti, per colpa della fine anticipata della legislatura, non ha avuto la possibilità di mettere in cantiere. Se la stabilizzazione verso il basso dello spread consentirà, come Monti spera, di allentare la morsa del rigore, sarà possibile rivedere gli scaglioni dell’Irpef e introdurre vantaggi fiscali per le imprese che fanno innovazione e si internazionalizzano.

Secondo il suo più stretto entourage, il messaggio programmatico che Monti offrirà domani alle forze politiche sarà in grado comunque, al di là della sua personale scelta di scendere in campo, un modo per “dividere” nettamente le forze politiche, tra chi vuole proseguire nel risanamento del Paese e chi invece si porrà all’esterno, contrario a normative troppo liberiste o non considerate vere priorità per far ripartire il Paese. Monti, insomma, mostrerà una road map, quella che forse avrebbe voluto sfoderare in un’ipotetica campagna elettorale, per far capire chi è da sempre contrario alla sua politica: il Pd e Vendola in primis, nonostante il leale appoggio al governo mostrato in questi mesi dal partito di Bersani. Perché il memorandum, a parere di Monti, potrebbe essere la cerniera di congiunzione dei moderati, non nel segno delle persone, ma in quelle di un programma comune per far ripartire l’Italia e solidificare i risultati ottenuti durante un anno e mezzo di sacrifici. Fuori dall’idea berlusconiana del “partito persona”, verso il ritorno a una politica, di parte, ma “nel segno del Paese e per il Paese”.

A partire dalla finanza pubblica. Monti, domani parlerà di consolidamento, di pensioni e di Imu sui quali non si “dovrà” tornare indietro. E dirà che una seconda patrimoniale non è la cura che serve all’Italia. Sul fronte della crescita il capitolo più “pesante” sarà quello delle liberalizzazioni ideate da Passera: professioni, servizi, energia, gas, trasporti e servizi pubblici locali. Un elenco, insomma, molto lungo di “ricette” a cui Monti avrebbe volentieri apposto il proprio nome se il cammino non si fosse mostrato pieno di ostacoli. E insidie non solo politiche.

I sondaggi, alla fine, sono stati il vero motivo per cui Monti ha maturato la convinzione che le condizioni per una discesa in campo non ci fossero proprio. Il dato più esaltante lo relegava in una fetta marginale dell’11% e a fronte non solo di una scelta di campo netta, ma anche di una candidatura a leader di una coalizione di centrodestra, eventualità comunque già esclusa nei giorni scorsi, dopo il primo – freddo – colloquio al Quirinale con Napolitano. Poi la posizione durissima di D’Alema e la stessa squadra di governo divisa tra favorevoli e contrari. Rischi troppo pesanti, poi, anche a livello personale; con la candidatura, anche se solo come “leader di coalizione”, Mario Monti sarebbe definitivamente uscito di scena per la corsa al Quirinale, una poltrona che comunque pare non interessargli più di tanto visto che il vero sogno è – da sempre – quello di sostituire Van Rompuy alla guida del Consiglio Europeo.

La sconfitta, però, lo avrebbe sicuramente segnato, lui abituato a vincere sempre e comunque. Troppi rischi, troppe incognite, matematica certezza di giocarsi il prestigio europeo faticosamente raccolto anche in questi mesi di governo con un endorsement ad una compagine politica di pochissimo appeal e scarsa credibilità anche nei palazzi che contano davvero, quelli fuori dai confini nazionali. Meglio non bruciare nulla, meglio la neutralità, la livrea di “riserva della Repubblica” da spendere – questo si – per più alti e remunerativi incarichi internazionali.

La scelta del professore, molto fredda, tattica e per niente sofferta, lascia però già vittime sul campo. Montezemolo e Casini restano orfani della loro bandiera. Davanti a loro la prospettiva, ora, di una campagna elettorale tutta in salita, quando ormai era già pronto anche il simbolo per incoronare il professore e cavalcare sereni verso la conquista di quella fetta di seggi al Senato che li avrebbe resi indispensabili per garantire la governabilità. Ora quel traguardo per loro si allontana. Mentre si avvicina quello di una possibile, reale ingovernabilità dell’intero sistema in ragione di un’estrema frammentazione dell’offerta politica che le regole del Porcellum possono solo acuire. Proprio quello che voleva Berlusconi. Ma forse anche quello che si aspetta Monti.

Fatti i debiti conti, in tasca propria e alla luce dei sondaggi, quel suo essere “riserva della Repubblica” potrebbe anche riservargli un nuovo passaggio a palazzo Chigi per un Monti bis. Senza sforzi, discese in campo imprudenti e costi di prestigio personale, il Professore potrebbe ottenere, a breve, lo stesso risultato. Cambiare tutto perché nulla cambi…