Una persona sequestrata in un garage, legata a una sedia e cosparsa di benzina con la minaccia di dargli fuoco, per essere definitivamente convinta a cedere tutto alla camorra. Non è un film ma solo uno dei casi, quello preso a esempio dal Procuratore Capo di Bologna Roberto Alfonso per descrivere i metodi usati anche al nord dal sodalizio criminale nel mirino dell’operazione Vulcano che stamattina all’alba ha portato all’esecuzione di diciassette arresti tra Rimini, Napoli e Caserta con le accuse di associazione di tipo mafioso, estorsione, usura e tentato sequestro di persona a scopo di estorsione.

Il terzo capitolo dell’inchiesta che manda dietro le sbarre Francesco Vallefuoco, capo dell’omonimo clan, ha numeri da capogiro, anche tra le vittime accertate: quarantuno tra  responsabili di imprese e attività commerciali erano bersaglio della consorteria che si fregiava del titolo di casalese e come testimonia il comandante dei Ros, il generale di brigata Mario Parente, intervenuto a illustrare l’operazione: “Per paura di ritorsioni violente, nessuno ha mai denunciato a eccezione di un caso, ma di fatto anche quello, in qualche modo è stato indotto. Eppure c’erano diversi propositi di suicidio, uno dei quali condotto fino al tentativo”.

Sono circa quindici i professionisti coinvolti a titolo di indagati: notai, avvocati, commercialisti, broker finanziari che fornivano consulenze ma soprattutto servivano da copertura legale per l’organizzazione, che riciclava in attività immobiliari e finanziarie estese a Emilia Romagna, Marche e Toscana e coinvolgevano la repubblica di San Marino.

Se è soprattutto il settore delle estorsioni, quello che ha interessato i cento protagonisti di questa ordinanza di custodia cautelare concessa dal gip Alberto Ziroldi al pm Enrico Cieri, sotto forma di richieste di denaro mascherate da recupero crediti, lo scenario emerso è quello di una banda non certo radicata nel senso residenziale, come per le cosche calabre. Un gruppo ancora legato ai territori di provenienza, ma legato anche a figure cerniera, e decisamente disinvolto nel comportarsi secondo i copioni e le regole delle mafie al sud, piene di armi e di amici. Si muovono come se fossero a casa loro, anche se non tutti lo sono, e approfittano del marchio “Casalese doc” per entrare nel tessuto sociale e saccheggiarlo, trovandolo quasi indifeso.

di Oliviero Genovese