Nel caos dell’imminente caduta, il governo tecnico si prepara a mettere in salvo uno dei provvedimenti che gli sono più cari: la riforma della forze armate, nel segno degli F35. Oggi la Camera dei Deputati inizia il voto finale sulla legge delega, già approvata dal Senato, che affida all’esecutivo la “revisione dello strumento militare”. Legge bipartisan, che piace al Pd e al Pdl, e che sarà accolta con una protesta bipartsian: un sit-in davanti a Montecitorio vedrà unite per una volta le rappresentanze militari del Cocer con i pacifisti (Tavola della pace, Sbilanciamoci, Rete italiana per il Disarmo).

I primi si battono contro una riforma che “determinerebbe uno spostamento di ingenti risorse (a regime tre miliardi di euro) dalle spese per il personale all’investimento”. I secondi contestano esattamente la stessa cosa, con una diversa sfumatura: se i militari sono preoccupati per i posti di lavoro, i pacifisti contestano che tutti i risparmi vengano destinati a comprare più armi.

Per il Ministro della Difesa, Giampaolo Di Paola, è un trionfo personale, appunto nel segno degli F35. I nuovi cacciabombardieri americani sono una vecchia passione dell’ammiraglio. È stato lui, esattamente dieci anni fa, nella veste di segretario generale della difesa e direttore nazionale degli armamenti, a firmare con il governo americano il memorandum of understanding che dava il via alla partecipazione italiana al progetto. Fin da allora il lungimirante Di Paola era certo che il nuovo velivolo fosse in grado di soddisfare “le esigenze delle nostre forze armate, anche grazie alla estrema versatilità”.

Eravamo all’indomani dell’attentato alle Torri Gemelle e dell’attacco americano all’Afghanistan. Di Paola già vedeva la trasformazione delle forze armate nel senso che oggi viene votato alla Camera: svanisce l’esigenza di difendere il suolo patrio, cresce la vocazione a portare la pace in giro per il mondo con i cacciabombardieri. E infatti l’Eurofighter, prodotto europeo, è adatto alla difesa. L’F35 gioca bene all’attacco.

All’origine della legge delega oggi in votazione alla Camera c’è un tipico incidente della “maggioranza strana” che ha sostenuto il governo di Mario Monti. Nella primavera scorsa ci fu il tentativo di fermare il progetto di acquisto degli F35 (il programma è sceso da 131 a 90 pezzi, per un costo complessivo che rimane attorno ai 12-15 miliardi di euro), ma non c’era una maggioranza disposta a fermare Di Paola. La mozione “pacifista” di Savino Pezzotta (Udc) e Andrea Sarubbi (Pd), per conquistare l’approvazione, lasciò per strada lo stop all’acquisto dei cacciabombardieri, e si limitò a subordinarlo “al processo di ridefinizione degli assetti organici, operativi e organizzativi dello strumento militare italiano”.

Di Paola non ha perso tempo, e a tempo di record ha predisposto la legge delega, con cui si dà carta bianca al ministero della Difesa per riformarsi. Il personale civile dovrà scendere da 33 mila a 20 mila unità, i militari dagli attuali 183 mila a 150 mila, i generali da 450 a 310. L’obiettivo è di passare da un 70 per cento della spesa che finisce in stipendi, a una struttura più equilibrata: 50 per cento in stipendi, 25 per cento in spese di funzionamento, 25 per cento in investimenti, cioè in nuovi sistemi d’arma. Naturalmente, dice la legge delega, ogni euro risparmiato chiudendo caserme ed esodando militari rimarrà a disposizione della Difesa per l’acquisto di nuove armi, deciso in totale autonomia se facente parte di progetti già varati. Secondo il Rapporto 2013 di “Sbilanciamoci!”, il ministero della Difesa è l’unico ad aver ottenuto dal governo Monti un aumento delle dotazioni finanziarie (oltre un miliardo nei prossimi tre anni) superiore ai tagli della spending review.

In realtà il taglio del personale della Difesa è stato già deciso dal governo Monti, e la riforma dello “strumento militare” serve soprattutto a inserirlo in un quadro programmatico chiaro: sempre di più le forze armate avranno la cosiddetta configurazione “smart”, cioè numericamente agile e molto ben equipaggiata, per essere pronti a intervenire efficacemente in teatri di guerra lontani dai confini nazionali, anche con cacciabombardieri d’attacco. Ciò che lascia perplessi molti parlamentari anche della (ex) maggioranza è la fretta di varare una riforma di tale portata, che dispiegherà i suoi effetti nei prossimi 15-20 anni, dopo una sola seduta di discussione nell’aula di Montecitorio, nella quale si sono contati gli interventi di nove deputati. Tanto più che la legge delega in votazione chiarisce che, se il Parlamento non darà il suo parere entro 60 giorni dalla presentazione dei decreti delegati (che potrebbero anche arrivare in piena campagna elettorale), varrà il silenzio-assenso. Insomma, carta bianca al ministro-ammiraglio.

Il Fatto Quotidiano, 11 dicembre 2012