“Non vogliamo spiegazioni, non vogliamo giustificazioni, non vogliamo scuse, vogliamo il ripristino immediato della Catturandi. Non ci sono alternative”. Salvatore Como, segretario generale del Sindacato italiano appartenenti polizia (Siap), commenta in modo molto duro la decisione del questore di Palermo che, già lunedì, ha iniziato il trasferimento di agenti di una squadra della “Catturandi” in altri reparti, cosa che potrebbe compromettere il funzionamento della cosiddetta “macchina perfetta”, stando alla definizione dell’attuale vice capo della Polizia Alessandro Marangoni quando fu questore della città.

La Catturandi di Palermo – punta di diamante della polizia italiana – viene smantellata perché tutti i boss che doveva prendere li ha presi – questa la ragione paradossale che sembra emergere da una prima ricostruzione. Il Siap ha chiuso la sua nota di protesta in modo poco diplomatico: “No, sig. Questore di Palermo, questa volta l’ha fatta veramente grossa”. Spiega Como: “Noi siamo poliziotti, non sindacalisti di professione. Questo lo dico perché il lavoro di contrasto contro la mafia è delicato. Richiede grande riservatezza e già il fatto di portare all’esterno le dinamiche della squadra ci espone tutti quanti. Lo facciamo perché non abbiamo scelta, ma con estremo disagio”. Aderisce alla linea dura l’intera segreteria: “Non siamo mai stati così compatti, la Catturandi ha fatto la storia della Mobile di Palermo e, in qualche modo, della polizia italiana, per questo o si va al ripristino o proseguirà lo stato d’agitazione, anche se spiace essere così duri”.

Che cosa ha spinto la questura palermitana a smantellare l’elite nella lotta alla mafia, una mossa nel migliore dei casi impopolare?  La ragione, per ora informale, dello smantellamento – già iniziato senza alcuna comunicazione ufficiale da parte della questura – sarebbe che dato che tutti i grandi boss sono stati catturati (con l’eccezione di Matteo Messina Denaro, sottolineano al Siap), le risorse potrebbero essere indirizzate altrove, dove c’è maggior bisogno. Per gli agenti è una sorta di insulto. Da un lato trovano intollerabile l’idea che la lotta alla mafia sia ridotta alla cattura del “grande boss”: “è un po’ come dire che allora non abbiamo capito nulla: la repressione non basta, è necessario un lavoro culturale quotidiano” – è stato il refrain di molti di loro in questi anni.

Ma soprattutto è una mossa ritenuta priva di valore strategico, se non autodistruttiva. Infatti, la cattura del Gotha di Cosa nostra è stata possibile perché è la squadra nel suo complesso a funzionare: “Tra noi non ci sono elementi eccezionali, lo è la squadra nel suo insieme. Prendere uno di noi e metterlo in un’altra sezione significa privarlo del suo valore aggiunto, della sua specificità, solo tutti assieme abbiamo saputo fare la differenza. Disperdere questo patrimonio di professionalità è privo di senso”.

Le reazioni e le manifestazioni di solidarietà sono state immediate. Non c’è associazione antimafia che non abbia lanciato il suo grido d’allerta: “Giù le mani dalla Catturandi”. Dall’Associazione antimafie Rita Atria a Telejato, passando per Radio 100 Passi, Antimafia 2000, Liberi cittadini fino all’Anpi: lettere aperte al Capo della polizia Manganelli, pagine facebook di solidarietà, appelli. Insomma, una chiamata alle armi. E se poche son state le reazioni dal mondo politico – in particolare  Rita Borsellino – il sostegno forte arriva dalle persone comuni, che conoscono bene il valore aggiunto della squadra. Che è nel suo “significato sociale” – per riprendere le parole di Como.

Che significa? “Quando si parla di Catturandi la memoria chiama a sé le immagini delle persone che festeggiano sotto le finestre della questura l’arresto del boss, ma la ragione vera – e forte – per cui erano lì non è mai stato il tintinnare delle manette – che è sempre una brutta cosa -, ma perché con quegli arresti si è dimostrato che non ci sono ‘mostri sacri’ o persone intoccabili, che lo Stato, se vuole, può vincere la mafia. E’ sempre stata una festa di speranza”. E chiude: “In gioco non c’è solo un dislocamento di risorse, ma uno strumento di contrasto d’eccellenza e al tempo stesso un riferimento simbolico, è un patrimonio di tutti i cittadini che va oltre anche noi stessi”. 

di Ranieri Salvadorini