Quella contro i concorsi universitari truccati può sembrare una battaglia di retroguardia. Alcuni sostengono che il vero problema sia la cronica mancanza di finanziamento della ricerca scientifica e che sia quindi fuorviante sollevare uno scandalo ogni volta che si assiste alla manipolazione di un concorso, perché il clamore distrae da cause più importanti per cui lottare.

È vero, per rilanciare l’università ci vogliono più risorse. Ma i contribuenti non sono disposti a finanziare una istituzione che ancora troppo spesso serve a sistemare parenti e amici, piuttosto che a produrre ricerca per il benessere e lo sviluppo del paese.

Ora, la trasparenza dei concorsi rischia di peggiorare con la riforma Gelmini (legge 240/2010), che ha stabilito la scomparsa della figura del ricercatore a tempo indeterminato (che  un tempo costituiva il primo passo della carriera accademica “strutturata”). La riforma lega il reclutamento del personale universitario ai concorsi da ricercatore a tempo determinato (RTD). Si tratta di posizioni della durata massima di tre anni, rinnovabili una volta. Dopo la quale il ricercatore può trovarsi disoccupato, se mancano i fondi per una sua assunzione a tempo indeterminato come professore associato.

Il problema è che, nella prassi che si sta consolidando in tanti atenei, i concorsi da RTD vengono banditi attraverso decreti fuorilegge, proprio per garantire una manipolazione più facile dei risultati. Succede infatti che il bando di concorso richieda dei requisiti così specifici da cucire su misura il posto addosso al predestinato. Così, la partecipazione di tutti gli altri candidati si riduce a una farsa.

L’ultima di tali farse sembra essersi consumata un mese fa, in occasione di un concorso in Metodi Matematici per l’Economia all’Università di Firenze. Il posto è stato assegnato a un candidato con un profilo scientifico significativamente più modesto rispetto a quello di altri concorrenti. Seguendo l’esempio del SECS-Team (si veda il servizio di Report per sapere di che si tratta), un gruppo di accademici ha promosso una petizione per chiedere al rettore dell’ateneo fiorentino di riesaminare gli atti del concorso. Il documento dimostra il basso profilo del candidato vincitore – sulla cui attività di ricerca è perfino difficile reperire informazioni online (più facile invece trovare traccia della sua attività professionale in una società di consulenza) – rispetto a quello di altri candidati che hanno già mostrato di saper svolgere ricerca a livello internazionale, riuscendo a pubblicare i loro lavori su riviste scientifiche di grande prestigio come i Proceedings of National Academy of Sciences (PNAS), il Journal of Econometrics e il Journal of Financial Economics.

I PNAS sono una delle collocazioni più prestigiose per il lavoro di un ricercatore, subito dopo Nature e Science, e spesso ospitano contributi di autori che hanno vinto il premio Nobel. Ma i commissari di Firenze hanno valutato che un saggio pubblicato su PNAS da uno dei concorrenti fosse meno importante della redazione di un capitolo di un manuale didattico in italiano da parte del candidato vincitore.

In una lettera pubblica di risposta alla petizione, la commissione del concorso ha giustificato la sua decisione (anche) con la necessità di compiere la valutazione nei limiti previsti dal bando. Il quale, però, contravviene alla legge 240, che proprio per evitare manipolazioni stabilisce che il profilo del candidato possa essere definito esclusivamente tramite la generica indicazione di uno o più settori scientifico-disciplinari di pertinenza della sua attività di ricerca. Il bando fiorentino richiedeva invece ai candidati di possedere requisiti molto specifici, legati soprattutto all’attività didattica.

A tal proposito l’Associazione Precari della Ricerca Italiani (APRI) ricorda che la presenza nei bandi di profili specifici è illegale, e invita i candidati dei concorsi universitari a segnalare tali irregolarità ai singoli atenei, al Miur e alle istituzioni accademiche. Sul sito dell’APRI sono disponibili spiegazioni dettagliate e un modello di lettera con cui denunciare eventuali abusi compiuti in fase di redazione del bando.

Dopo la scomparsa delle posizioni da ricercatore a tempo indeterminato, i concorsi RTD costituiscono il principale strumento a disposizione degli atenei per reclutare nuovo personale. Un deficit di trasparenza nell’unica porta di accesso alle carriere accademiche comprometterebbe gravemente la credibilità dell’università. In questo momento in cui le risorse dedicate alla ricerca sono in costante diminuzione è necessario invece dimostrare che esse vengono utilizzate con trasparenza, anche e soprattutto nel reclutamento dei ricercatori.