Doveva essere una pietra miliare nella lotta per la parità di genere in Puglia e in tutta Italia: la prima legge nel nostro Paese che stabilisse la composizione al 50% tra uomini e donne delle liste elettorali, nata per iniziativa popolare. Ma il Consiglio regionale l’ha bocciata, nonostante il sostegno bipartisan di facciata. Uno schiaffo in faccia ai diritti delle donne. E anche ai 30mila cittadini che avevano firmato per portare la legge in Consiglio.

“È una vergogna – spiega a Ilfattoquotidiano.it Magda Terrevoli, presidente della Commissione regionale alle Pari opportunità e tra le promotrici del disegno di legge – I politici sono sempre d’accordo sulla partecipazione delle donne. A parole. Ma poi nessuno fa nulla, anzi, sono riusciti persino a affossare questa legge che affermava solo un sacrosanto principio di parità. Sono degli ipocriti”.

La proposta di legge n. 209 – avente come oggetto “Disposizioni in materia di equilibrio nella rappresentanza di genere nelle elezioni per il Consiglio regionale e il Presidente della Regione” – mirava a modificare la legge regionale n. 2/2005, quella elettorale, in due punti: a partire dalla prossima consultazione tutte le liste avrebbero dovuto essere composte in egual misura da uomini e donne (caso unico in Italia: l’unica disposizione analoga, in Campania, fissa la quota minima al 30%); inoltre, gli elettori avrebbero avuto la possibilità di esprimere una doppia preferenza, una per genere.

Nessuna ‘quota rosa’, quindi: teoricamente il prossimo Consiglio sarebbe potuto essere composto anche soltanto da uomini (attualmente, su 70 consiglieri, solo 3 sono donne). Però i partiti, dovendo presentare obbligatoriamente una lista con il 50% di uomini e il 50% di donne, sarebbero stati incentivati ad aprire le proprie porte a quest’ultime. Mentre gli elettori avrebbero avuto sicuramente più scelta.

Nelle scorse settimane tutti avevano speso parole importanti in favore dell’approvazione. Ma poi la legge è rimasta soffocata dalle manovre della politica. Sicuramente non è stato un bene la concomitanza con la prima tornata delle primarie del centrosinistra di domenica 25 novembre. Il governatore della Puglia, Nichi Vendola, in campagna elettorale ha insistito molto sul tema della parità di genere, e questo ha messo in allerta i gruppi di opposizione: temevano che l’approvazione della legge potesse essere strumentalizzata a fini propagandistici. Anche per questo si era convenuto di posticipare la discussione dopo il voto di domenica. Sempre l’opposizione, poi, aveva chiesto che la norma venisse inserita nel quadro di una più ampia riforma della legge elettorale (in calendario per i prossimi mesi); ma qui è stata la maggioranza, e lo stesso comitato promotore, a dire di no.

Da qui il braccio di ferro. E il resto l’ha fatto il voto segreto, richiesto per ripicca da sei membri dell’opposizione. L’anonimato ha unito i due schieramenti. Che hanno agito da ‘casta’ contro la possibilità che, aprire alla partecipazione femminile potesse togliere loro le preziose poltrone. Già nella prossima legislatura il numero dei consiglieri scenderà da 70 a 50; non era proprio il caso di ridurre ulteriormente la possibilità di essere rieletti. E così la votazione è ha visto 29 favorevoli, 30 contrari, 1 astenuto. E la legge non è passata. “Ancora una volta la politica non ha capito nulla – conclude amareggiata la Terrevoli – Chiedevamo solo che fosse recepito un principio costituzionale: aprire i partiti alle donne, non fissare una quota elettiva minima”.

Da destra e da sinistra adesso arrivano le scuse. E le accuse reciproche. Michele Losappio, presidente del gruppo consigliare di Sinistra ecologia e libertà, parla di “sfregio della destra alle donne pugliesi”: “L’opposizione ha affossato la legge dopo aver preparato il terreno con la richiesta di voto segreto”. Gli fa eco Onofrio Introna, presidente del consiglio regionale che sottolinea come “a causa dall’assenza giustificata per motivi istituzionali di alcuni consiglieri per il centrosinistra era difficile raggiungere il quorum necessario di 36 voti”. Ma l’opposizione non ci sta e scarica sulla maggioranza le responsabilità della figuraccia: “In Consiglio eravamo in 60 e solo 23 consiglieri erano dell’opposizione – dichiara a Ilfattoquotidiano.it Rocco Palese, capogruppo regionale del Pdl – Io, come ho anche dichiarato nel corso della discussione, ho votato a favore della legge, e non sono l’unico nel mio schieramento: evidentemente qualcuno del centrosinistra ha votato contro. La verità è che questa non era la strada giusta per raggiungere il risultato: non ha senso modificare una legge elettorale che va cambiata”.