Noi siano Antonella, soffocata a 21 anni da un “fidanzato geloso”. Siamo il corpo martoriato di Fabiola, a cui il marito ha scaricato addosso tutti i proiettili di una pistola. Siamo Rosetta, strangolata dal marito che l’aveva abituata alla paura delle botte e alla fine l’ha ammazzata. Siamo Enzina, mamma disabile uccisa a pugni da suo marito che si è giustificato così: “Ero ubriaco”. Siamo Leda, morta in ospedale dopo mesi agonia perché il suo compagno le aveva dato fuoco. Siamo Rosanna e la sua bambina, che un giorno ha telefonato al 118: “Papà ha ucciso la mamma e si è suicidato”. Siamo Antonia, assassinata per strada dall’ex compagno con una stilettata al cuore. “Mi ha picchiato ancora”, le sue ultime parole. Siamo Kaur, uccisa dal marito e gettata nel fiume: aspettava un bimbo e “vestiva troppo all’occidentale”. Siamo Vincenzina, accoltellata dal marito davanti al figlio adolescente perché non lo “lasciava parlare durante una discussione” .

Noi siamo morte in 120, dall’inizio del 2012 in Italia con la sinistra cadenza di una ogni due giorni. Siamo state uccise “dai nostri cari”: il termine “femminicidio” è un neologismo orribile e necessario. L’Italia è all’80° posto (in una graduatoria di 135 paesi) nel Gender Gap 2012 del World Economic Forum, un’analisi quantitativa della situazione relativa di maschi e femmine, attraverso 14 indicatori in quattro aree: economia e lavoro; istruzione; politica; salute e aspettativa di vita. Eppure le situazioni di violenza sono molto simili in altri Paesi.

Non solo: secondo Telefono rosa che ha elaborato i dati delle violenze denunciate, il fenomeno non si può affatto relegare a situazioni di disagio sociale, perché riguarda donne di ogni condizione. Il 60% delle vittime ha tra i 35 ed i 54 anni, l’85% delle violenze si consuma nell’ambito di relazioni sentimentali (con un aumento di 3 punti rispetto 2011); il 72% denuncia forme di violenza psicologica, il 44% violenza fisica. Nell’82% dei casi la violenza è continua: il 15% delle intervistate svela di subire violenza da almeno vent’anni, il 15% da almeno dieci. Com’è possibile che gli abusi diventino un’abitudine per dieci o vent’anni? Ogni caso è a sé, eppure un tratto comune ci deve essere. Il ricatto economico, il soffocamento della dignità, la perdita di fiducia e della dignità di sé. La convinzione di riuscire a cambiare un compagno brutale: ma è un’illusione vana, pericolosissima. Dopo il primo occhio nero si può solo scappare, non c’è nulla da comprendere.

Oggi è la giornata mondiale contro la violenza sulle donne. Per onorare le vittime possiamo ricordare i loro nomi e le loro storie dolorose. Sapere che l’assassinio è la punta di un iceberg. Ricordare che siamo, potenzialmente, tutte vittime: non importa quante lauree, quanti soldi, quale famiglia alle spalle. Soprattutto possiamo insegnare ai nostri figli il rispetto. E alle nostre figlie che nessun amore cambia un uomo violento, ma l’amore per noi stesse ci salva la vita.

Il Fatto Quotidiano, 25 novembre 2012