Lo chiamano l’alieno, il Berlusconi di Modena e l’avvocato venuto dal nulla che parla di rottamazione e cambiamento. Gianpiero Samorì 55 anni, giacca e cravatta messe da poco, come ci tiene a sottolineare, “perché fino all’altro giorno pensavo a lavorare”, ha chiamato i suoi a raduno a Chianciano Terme. Nuovo si fa per dire, anche perché fu tra quelli che in Forza Italia, ebbe un ruolo fondamentale quando Marcello Dell’Utri gli affidò i circoli. Ma lui ci crede e non solo si propone come nuovo, ma prende le distanze anche da Berlusconi stesso: “Il paragone non mi dispiace, ma neppure mi lusinga”.

Ci credevamo in pochi all’arrampicata dei sostenitori fino alle colline toscane e invece il primo miracolo Samorì è avvenuto. Ha potere, successo, esperienza, dice cose di sinistra e accoglie i suoi sostenitori con Giorgio Gaber “Io non mi sento italiano ma per fortuna, purtroppo lo sono” e poi l’inno d’Italia cantato a gran voce. Disorienta Samorì, i suoi sostenitori con le bandiere, i giornalisti e chi a Chianciano ci è venuto con la speranza che qualcosa stia cambiando in terra Pdl. Sembrava uno scherzo e forse invece non è così. Sono in 2000, giovani, anziani e pure senatori. Credono ancora nella destra, anche se parla di patrimoniale, disuguaglianze e ascolto dei più deboli, perché le alternative non ci sono e se non lui chi. Non mancano i volti noti, dal senatore Bettamio a Emilio Fede, Stefano Zurlo del Giornale e Giorgio Mulè di Panorama. E se loro sono il passato, Giampiero Samorì predica cose diverse.

Mastica modestia il leader di Mir (Moderati italiani in rivoluzione), ma è tranquillo e sicuro in un dialogo con la folla che sa di certezza che qualcosa può raccontare al paese e che forse, finalmente dopo tanti tentativi e investimenti nel mondo di impresa e banche, è arrivato anche il suo quarto d’ora di gloria. “Se dovessi essere io a vincere le primarie del Pdl – dice Samorì – preferirei avere come avversario politico a sinistra Matteo Renzi”. È il nome sulla bocca di tutti e l’avvocato non poteva essere da meno, perché se ha scelto il rinnovamento e la rinascita del suo partito, il confronto non poteva che essere con il leader che a pochi chilometri da Chianciano, alla Leopolda di Firenze sta tirando la volata alle primarie della sinistra italiana. “Sono convinto che sarebbe facile diventare presidente del consiglio con lui come avversario. Io penso che oggi la gente sia interessata a dare fiducia a chi è interessato a dare un progetto di cose fattibili che diano discontinuità, mentre Bersani lo capisco anche se ha un progetto datato, in Renzi non ho visto questo. Fa molte enunciazioni di principio per ora scarsamente declinate. C’è chi offre un modello credibile e chi invece offre un modello che si incarta”. Giampiero Samorì sa chi ha di fronte, una platea di delusi di destra che a Chianciano potrebbero essere arrivati quasi per sbaglio, indecisi fino all’ultimo se farsi prendere dalle idee nuove e non poi così tanto di sinistra del sindaco di Firenze.

“Io propongo elementi di rottura rispetto a quello che c’è stato prima”. Cresciuto nella Democrazia cristiana degli anni Ottanta, ha scelto di lasciare la politica perché in difficoltà economica e ora ritorna a cavallo di un partito che molti davano per morto. “Grillo è una discontinuità disordinata. Io vorrei una netta discontinuità di tipo propositivo”. E se non ama il paragone con Silvio Berlusconi, che dice: “Non mi imbarazza né mi esalta”, l’avvocato punta il dito contro altri responsabili di un tale declino in casa Pdl. Gli errori della destra italiana li devono pagare tutti una classe dirigente, dice Samorì che non è riuscita a creare una base ideologica forte. La colpa non è tutta firmata Berlusconi: “Il giudizio sul leader del passato tende ad essere troppo negativo, è una cosa che deve essere rivista. Tutto quello che succede ora ripiomba su Berlusconi, fra vent’anni ci sarà una rivisitazione. L’errore del Pdl di fondo è uno solo, non avere costruito una base ideologica di riferimento per tutti i movimenti che ruotavano nel Pdl. Non è un errore del leader, ma della classe dirigente del partito. Il partito deve progettare, non basta la regola del fare per andare avanti negli anni”. E Samorì vuole riconquistare la base di destra parlando di riduzione del debito pubblico, recupero di fondi dalle fondazioni bancarie e soprattutto di una patrimoniale che colpisca chi ha più di 10 milioni di reddito. E quindi anche Berlusconi: “Certo – dice l’avvocato – ne sarebbe ben lieto. La patrimoniale per come la imposto io, è un tema che deve abbinarsi ad altri dieci temi. È una chiamata alla responsabilità di chi è stato più bravo ma ha anche avuto tanto dal sistema paese”.

Parla come un libro stampato l’avvocato Samorì, ha storie da raccontare e una vita di riscatto da quello che è stato un inseguimento al potere non sempre con successo. È tranquillo, e spesso ci tiene a spiegare le sue teorie, quasi fosse un professore, lui che ha insegnato per un periodo all’università, e quasi fosse l’ennesimo tecnico della scena politica italiana che arriva per risollevare una situazione di crisi. E il paragone che gli sta più scomodo è quello con Mario Monti, a proposito del quale dice: “Io sono nato molto povero e so cosa vuol dire fare tutto da solo. Non so se i tecnici che parlano hanno avuto la stessa esperienza. L’origine è diversa. Se uno non si è mai messo la giacca e cravatta fa fatica a capire come si fa il nodo”. C’è proprio una platea di giacche, camicie e cravatte ad applaudire l’avvocato e se si cercavano i delusi del Pdl, tra nuovi renziani e aspiranti montiani, forse bastava andare a Chianciano Terme dove l’unico vero grande assente (e non a caso), sembra essere Silvio Berlusconi.