Peronista, ma con formazione liberale. Quando gli si chiede dove trovò la bacchetta magica che salvò dalla fame l’Argentina nei primi mesi del 2002, quando tutto il mondo la dava per spacciata, risponde orgoglioso: “Per governare serve il coraggio intellettuale di compiere scelte politiche autonome e di perseguirle. Vi ricordate i versi ‘due cammini si separavano nel bosco, io ho preso il meno transitato e lì sta tutta la differenza’. Eravamo un Paese in balia del disastro economico e sociale, noi al governo prendemmo il cammino meno transitato e quella fu la differenza che ci salvò” (leggi l’intervista di Lavagna sulla crisi italiana a ilfattoquotidiano.it).

Roberto Lavagna, settant’anni, figlio di un tipografo di origini italiane, fu nominato ministro dell’economia in Argentina dal presidente ad interim Eduardo Duhalde nel marzo del 2002, nel bel mezzo del disastro. In tre mesi erano cambiati cinque presidenti, nelle piazze affamate in rivolta la polizia antisommossa aveva lasciato venti cadaveri, davanti alle porte delle banche protette da cancelli di ferro alti due metri migliaia di argentini infuriati chiedevano la restituzione dei soldi depositati nei conti correnti e bloccati dalla sera alla mattina. Bancomat vuoti, niente contante, nella capitale australe d’America era tornato il baratto.

Lavagna rimase all’economia fino al maggio del 2005. In quel periodo il Pil aumentò dell’8%. Fu lui a decidere l’abolizione della parità tra dollaro e moneta nazionale, a scongelare i conti correnti bancari, a cominciare a far respirare il Paese. Rappresentò l’Argentina di fronte agli organismi internazionali, mediò a lungo anche con l’Unione europea. L’operazione che tutto il mondo gli riconosce è la ristrutturazione del debito argentino, grossa gatta da pelare. Ma rimanere in sella al ministero dell’economia in un Paese in rivolta, con le mense scolastiche di Buenos Aires piene di bambini digiuni e le piazze gonfie di gente che gridava “que se vaian todos” (andatevene tutti), non fu missione più semplice.

Si dimise dal governo alla fine del 2005, dopo un lungo braccio di ferro con l’allora presidente Nestor Kirchner sulla gestione della Banca centrale. Fu sostituito da una sua ex alunna, Felicia Micheli, travolta poco tempo travolta dallo scandalo del Toilet gate, una valigia piena di dollari nascosta in un bagno  e apparentemente a lei destinata. Roberto Lavagna alle elezioni presidenziali del 2007 si presentò in alternativa a Cristina Kirchner, arrivò terzo con poco più del 16% dei voti. Nel suo libro “Pensando un paìs” si legge un racconto dettagliato della gestione politica della crisi economica argentina e delle strade tentate per salvarla. “Il rischio, quando si scommette su ricette etrodosse, è di cadere in un volontarismo populista irresponsabile”, dice oggi guardando della crisi economica europea. “Un conto è prendere il cammino  meno transitato, altro è rifugiarsi nelle scorciatoie. “L’Europa ha risorse economiche che noi ci sognavamo. Mi auguro che abbiate il coraggio di usarle”.