Alla domanda di un giornalista sul perché nei dibattiti con Romney non si sia parlato di cambiamenti climatici, Obama ha risposto che “il moderatore non aveva sollevato il problema”! Quando poi l’uragano Sandy ha sovvertito l’agenda della campagna elettorale delle presidenziali, l’attenzione degli americani è stata focalizzata più sulla capacità di intervenire a riparare i guasti, che sulla lungimiranza politica di mitigarli prevenendoli. Sembra che la crisi abbia spinto i paesi più ricchi a mettere in sordina il riscaldamento globale e a riprendere senza tanto rumore la strada dello sviluppo delle fonti fossili, in particolare petrolio offshore e gas da scisti bituminosi (shale gas). Si tratta di una tragica scelta, che si sta confermando purtroppo in tutto il pianeta dopo il fallimento dell’appuntamento di Rio 2012, con il suggello di enormi nuovi investimenti delle compagnie energetiche, fino alla riproposizione di strategie nazionali come quella di Passera-Monti per un’Italia futura solcata da tubi, perforata da pozzi, costellata di rigassificatori. Eppure i costi del rilancio del sistema energetico attuale con l’affinamento di pirotecniche tecnologie (perforazione dell’Artico, frazionamento delle rocce, giganteschi sistemi fissi e mobili di liquefazione e rigassificazione) sono spaventosi. 

In un recente articolo, Laurie Johnson e Chris Hope, due studiosi americani, affermano che ogni tonnellata di CO2, valutata a 21 dollari dall’agenzia intergovernativa Usa, nei fatti pesa sui contribuenti dai 55 fino a 266 dollari. Questo tenuto conto dei costi sociali, rappresentati non solo dagli effetti del cambiamento climatico su ambiente ed economia, ma anche dai costi delle cure per le malattie polmonari o i giorni di lavoro o di scuola persi per questioni sanitarie dovute all’inquinamento legato ai combustibili fossili. D’altra parte è già cronaca quotidiana anche da noi il ricorso di tribunali locali per risarcimenti alle popolazioni, nei riguardi, ad esempio, delle centrali Enel di Brindisi e Porto Tolle.

Intanto, a fronte dell’evidenza del contributo antropico allo scatenarsi dell’uragano che la settimana scorsa ha colpito Haiti, Cuba, la Virginia e New York, si diffondono conti fasulli sui danni reali, si contrappone l’effetto “benefico” (per chi?) di investimenti stratosferici in infrastrutture per l’estrazione e il trasporto del gas, si minacciano le associazioni ambientaliste che si oppongono alla rinascita dell’era fossile.

I fatti parlano da sé.

a) Questo autunno, Sandy ha incontrato temperature della superficie del mare al largo della costa orientale americana di quasi 3ºC più alte del solito. Il che ha comportato un’influenza diretta sull’intensità della tempesta, dato che l’atmosfera sovrastante l’oceano era più carica di energia e conteneva più umidità.

b) La stampa americana annuncia che, qualunque sia il vincitore delle presidenziali, riprenderanno i lavori per il gasdotto per portare shale gas dal Canada al Texas. Putin conferma che Gazprom investirà 19 miliardi di euro per allacciare la Siberia a Vladivostok e servire i mercati asiatici. Il progetto South Stream, sponsorizzato anche dai nostri governi (da Berlusconi a Monti), prova a eludere gli obblighi in materia di antitrust e ambientale fissati dalla Commissione europea, mantenendo segreto il percorso di attraversamento del territorio bulgaro dal Mar Nero verso le coste adriatiche.

c) Le associazioni ambientaliste polacche, che stanno conducendo una campagna contro le centrali a carbone di potenza e per la regolazione del gas di scisto, denunciano di operare “in un clima di paura e molestie da parte della polizia e perfino dei servizi segreti e sotto la pressione dei ministri del governo“, che le accusano di lavorare contro gli interessi pubblici dello Stato. Occorre notare che la Polonia è alla testa delle nazioni europee più retrive per aver bloccato per tre volte la tabella di marcia dell’Ue per la riduzione delle emissioni di carbonio e sta affrontando proteste dirompenti rispetto ai suoi piani di espansione di gas da scisto, che coinvolgono Chevron ed Exxon Mobil.

E anche dall’Italia, come vedremo in un prossimo post, vengono pessimi segnali.