“Basta vendere pesticidi vietati”. La mobilitazione contro Syngenta e il doppio standard del mercato
di Matteo Pagliuso
Sabato 3 ottobre si è tenuta la giornata internazionale contro i pesticidi, promossa da associazioni come “Soulèvements de la Terre” o i sindacati degli agricoltori, con l’obbiettivo di aziende come Syngenta Group, una multinazionale svizzera che produce prodotti chimici, e mettendo in evidenza le diverse accuse a loro attribuite.
Ma qual è il vero problema di questa azienda? E qual è il vero problema con i pesticidi? Syngenta è la prima azienda di vendita di pesticidi al mondo, con ben il 22% delle quote del mercato mondiale. La manifestazione mette in luce il modo di agire della multinazionale, ovvero, produrre prodotti vietati qui, in Europa, per mandarli all’estero, per esempio in Brasile. Il problema di questa pratica, oltre al fatto che parliamo di pesticidi per la maggior parte nocivi per l’ambiente, sono le ripercussioni sulle persone che li utilizzano. In tanti hanno sviluppato malattie, le loro storie sono state raccolte da un collettivo francese chiamato “cancer colère”, cancro arrabbiato, in cui sono evocate le storie di tante persone, come Francesca morta a 54 anni a causa di un cancro al seno, o ancora Emmy morta a 11 anni di leucemia.
Il problema dei pesticidi ci riguarda tutti, dagli agricoltori che sono i primi esposti ai rischi, ma che sono anche resi dipendenti da questi prodotti. Il modello attuale di agricoltura è composto da fattorie così grandi che fanno monocultura, obbligando l’uso di pesticidi, perché non essendoci alcuna diversità nelle colture i parassiti proliferano. Anche se tanti prodotti sono stati vietati in Europa, come il diquat (un erbicida), sono fabbricati da aziende europee per essere esportati all’estero: la manifestazione del 3 ottobre scorso ha mostrato che certi prodotti che abbiamo vietato in Europa per proteggere la nostra salute vengono esportati altrove dove possono creare problemi di salute. Alcuni di questi casi sono stati riportati dall’organizzazione Public Eye, in un articolo (The Brazilian farmers poisoned by a Syngenta pesticide that is banned in Europe, 5 dicembre 2024) viene raccontato il caso di Valdemar Postanovicz, un agricoltore brasiliano che ha usato un erbicida chiamato Reglone (a base di diquat), e che ha subito un’intossicazione da pesticidi, ciò che gli ha causato una paralisi della metà destra del suo corpo. Fortunatamente, la sua intossicazione è passata, ma ha smesso di usare questo erbicida dopo l’accaduto.
Riguardo a queste accuse, Syngenta risponde in un comunicato stampa (Syngenta prend position sur les manifestations du 3 octobre liées à ses activités commerciales, 02 ottobre 2026) ricordando che tra il 20% e il 40% delle piantagioni mondiali vengono distrutte dai parassiti; perciò, è fondamentale difendere le piante per garantire l’approvvigionamento alimentare mondiale. La domanda di fondo che ci dobbiamo porre è appunto la sostenibilità di questa pratica, perché l’uso di pesticidi e le pratiche contemporanee distruggono la fertilità del suolo. Se vogliamo garantire l’approvvigionamento alimentare a lungo termine, è necessario ripensare le nostre pratiche, per esempio in favore di un’agricoltura rigenerativa. Inoltre, Syngenta non risponde all’accusa di esportare prodotti vietati in Europa all’estero, concentrandosi sulle altre diverse accuse fatte dalle organizzazioni.
Per concludere, c’è un doppio standard: se alcuni prodotti sono vietati in Europa, è legittimo chiedersi se la loro produzione dovrebbe anche essere vietata. Visto che alcuni di questi prodotti sono stati ritenuti nocivi in Europa, dovremmo considerare che lo sono anche per la popolazione dei paesi in cui Syngenta esporta questi prodotti.