Il calcio italiano e le riforme: due linee parallele che nonostante dichiarazioni e buoni propositi sembrano non incontrarsi mai. L’ultimo capitolo di questa rincorsa è il nuovo statuto della Figc, approvato (ma che fatica!) la settimana scorsa grazie a Giulio Napolitano, figlio del presidente della Repubblica nominato per l’occasione commissario ad acta. Prevede una sforbiciata al numero dei dirigenti (dai consiglieri ai vicepresidenti) per snellire l’organigramma e le spese federali. Ma soprattutto l’abolizione del diritto di veto delle singole componenti del Consiglio.

E “adesso non ci sono più alibi, il calcio italiano deve fare le riforme”, ha affermato il presidente del Coni, Gianni Petrucci. Quelle stesse riforme che giusto qualche giorno fa ha reclamato anche il presidente della Juventus, Andrea Agnelli.

Eppure forse ancora non ci siamo: fra le pieghe del nuovo statuto si annida il rischio che cambi tutto per non cambiare nulla. “Giusto togliere il diritto di veto, ma non vedo grande differenza rispetto al passato: la maggioranza richiesta è del 75% e in Consiglio ci sono delle categorie che col loro 30% di voti potranno continuare a bloccare tutto”, ammonisce Mario Macalli, presidente della Lega Pro, commentando il provvedimento a ilfattoquotidiano.it.

Fino a ieri ipotizzare un cambiamento era semplicemente impossibile: bastava il no di una categoria per far naufragare qualsiasi progetto. E sui grandi temi – che son sempre quelli, delicatissimi – trovare accordo unanime è pura utopia. Si parla di riforma dei campionati: c’è la Serie B che vuole scendere da 22 a 20 squadre e la Lega Pro che intende eliminare la Seconda Divisione. Alla Serie A, invece, importa poco: la riduzione delle squadre è ventilata da molti, ma la Lega ha già venduto i diritti tv per il format a 20 squadre fino al 2015. Nella massima serie, semmai, ci sarebbe qualcuno interessato a bloccare le retrocessioni: un’ipotesi avanzata qualche mese fa da Rinaldo Sagramola, direttore generale della Sampdoria, e di cui anche il presidente del Napoli, Aurelio De Laurentiis, aveva parlato in precedenza. Inaccettabile, però, per la Serie B. Mentre il recente passato insegna come i rapporti si facciano tesi con l’Assocalciatori ogni qualvolta si torni a parlare di contratti. Insomma, anche senza diritto di veto le cose potrebbero restare terribilmente complicate in Consiglio.

La buona notizia, comunque, è che dopo mesi di discussioni e polemiche la riforma dello statuto è cosa fatta. Non è stato facile: la Figc ha dovuto ricorrere all’opera di Giulio Napolitano, che il Coni ha indicato a tutte le Federazioni come commissario straordinario per la riforma statutaria. La Figc pagherà la sua consulenza circa 3mila euro lordi, a fronte di un netto risparmio di energie (e anche di soldi: convocare il Consiglio sarebbe costato certamente di più).

Napolitano è riuscito a ricomporre le divergenze corporative scatenate dalla riduzione dei consiglieri (da 27 a 20) imposta dal Coni: un provvedimento che rientra nell’ambito di un più ampio piano di “spending review”, per cui il calcio ha anche dovuto rinunciare a 16 milioni di fondi statali nel 2012. Con le Leghe professionistiche spaccate sulla ripartizione interna dei seggi, e coalizzate contro l’Associazione Italiana Arbitri (che speravano di escludere, per liberare un posto in più in Consiglio), l’intervento di Napolitano è stato provvidenziale. Il Commissario ha trovato il cavillo giusto per superare l’impasse: partendo dal Regolamento Fifa, ha concluso che il presidente del Comitato degli Arbitri è membro di diritto e non va conteggiato ai fini del numero di consiglieri. E questo da una parte ha sancito la permanenza degli arbitri in Consiglio (scongiurando lo sciopero che i fischietti stavano minacciando), dall’altra ha liberato un posto in più per le Leghe professionistiche, che mantengono 7 consiglieri (tre per la Serie A, uno per la Serie B e tre per la Lega Pro) e il loro equilibrio interno.

Considerando quindi il presidente federale e quello dell’Aia, il nuovo Consiglio federale sarà composto da 21 membri in totale. E nessuna componente avrà più diritto di veto, è questa la grande novità. Una clausola che Napolitano ha bollato come “distorsiva del principio di democrazia interna e pregiudizievole della capacità di innovazione istituzionale della Federazione”. Giudizio pesante, che spiega almeno in parte i gravi ritardi decisionali del nostro calcio. Basterà la sua abolizione per cambiare le cose? Il Coni adesso si aspetta le riforme. Ma rischia di rimanere deluso, secondo Macalli. Uno che in Federazione ci sta da più di trent’anni. E sa come vanno le cose.