Studenti in piazza contro la crisi a Roma
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Su internet stanno girando, da diverse ore, le foto delle cariche di polizia che hanno ricevuto gli studenti durante le manifestazioni da loro organizzate per protestare contro il governo Monti ed il suo esecutivo.

Le immagini non lasciano spazio alla messa in dubbio di un utilizzo della forza spropositato in merito a coloro che con questa forza si sono dovuti confrontare. L’utilizzo ‘tecnico” della  violenza di questo governo non sembra così diverso da quello a cui erano ricorsi i governi precedenti in altre occasioni. Semplici studenti, dei ragazzi o poco più, identificabilissimi dal loro modo di vestire, dalle loro acconciature e da quant’altro possa richiamarsi al loro giovane mondo, vengono trattati come fossero guerriglieri urbani.

La prima cosa che ho avvertito, guardando le foto, è stata una sorta di identificazione con un mondo di cui facevo parte non tantissimo tempo fa. Pur nella diversità dei volti e delle situazioni, ho visto in loro me, i miei amici e alcuni dei miei anni migliori dedicati alla formazione.

Ho provato una sorta di indicibile silenzio interiore carico di rabbia ed indignazione. Cosa mi rende ora diverso da quei ragazzi? La differenza di età e la differenza dei luoghi non può rendermi assolutamente differente da loro nell’essenza del problema: vivere in un Paese dove l’utilizzo legalizzato della forza con chi è più debole, anche quando essa non è necessaria, è diventato possibile.

Anche se manifestare deve comunque rimanere indiscutibilmente un diritto di tutti,  io personalmente sono molto scettico sulla sua utilità in un Paese come il nostro dove, finita la manifestazione, torniamo nella nostra casetta in affitto con il nostro lavoro precario a riprendere dallo stesso punto dal quale avevamo interrotto per partecipare all’evento.

Ci si alza poi la mattina e su facebook postiamo la nostra indignazione convinti di fare qualcosa di concreto, quando in realtà siamo solo diventati estremamente professionali nell’illuderci di fare qualcosa. Il vecchio ‘cogito ergo sum’ viene sostituito dal moderno ‘posto ergo sum’.

Se postare, quando non proprio inutile, ha decisamente rischi di depotenziamento di azione concreti e se scendere in piazza, oltre ad avere prodotto finora pochi risultati, comincia a diventare anche seriamente pericoloso, quali reali alternative abbiamo per non arrenderci a questo futuro del quale ci stanno togliendo la capacità di esserne pienamente ed in coscienza responsabili?

La cultura tenderà sempre verso gli studenti e gli studenti tenderanno sempre verso la cultura, entrambe le parti non possono che esistere grazie ad una interazione reciproca e continua. Non c’è poliziotto in tenuta antisommossa che potrà fermare il libero pensiero con il manganello, esso ha dimostrato, in tutti i secoli ed in tutte le culture, di essere in grado di sopravvivere anche in condizioni estreme.

La cultura della forza punitiva innescherà la forza protettiva della cultura.

di Mario De Maglie