Il ritorno da un week end intenso a New York verso New Haven è foriero di riflessioni sull’importanza delle città come snodo in evoluzione e su come il nostro Paese sia indietro. Indietro nella pianificazione urbanistica degli spazi con la conseguenza di ridurre all’osso il potere innovatore ed energizzante delle città. 

Prendete Roma. Una città bellissima certo, ma asfittica, nella quale è difficile muoversi. Una città nella quale le persone hanno meno spazio delle macchine. Una ‘città provinciale’ che attira l’interesse solo di turisti alla ricerca delle ‘emozioni’ del passato. Una città che non vibra, non coinvolge, genera pochi incontri e connessioni. Perché uno straniero dovrebbe decidere di intraprendere una carriera professionale in una città come Roma? (ammesso che riesca a trovare un lavoro decente). Far ripartire il nostro paese, allora, significa in un certo senso anche e soprattutto ripensare la città. La città come laboratorio permanente di idee, la città come punto focale di attrazione per gente che arriva da ogni dove con il suo bagaglio di idee ed esperienze, la città come sfogo permanente di tensioni sopite e comportamenti eccentrici.

Viviamo un conformismo monotono in cui diventa difficile innovare e provare esperienze nuove. Così molte energie non trovano spazio e vengono relegate ai margini. Con persone incredibilmente qualificate e creative che si trovano a dover scegliere tra vite che non vogliono vivere e l’esodo.

Ma le città non sono solo luoghi d’innovazione e scambio. Sono anche luoghi di complessità urbana da cui si può ripartire per rendere la società più egualitaria e aperta. Spesso gli agglomerati urbani si configurano come scacchiere. Zone bellissime e ricche si alternano ad angoli spogli e poveri. Allora ripartire dalla città per rendere la società più equa e il nostro sistema economico più performante potrebbe essere un passo decisivo. Non discutiamo solamente di massimi sistemi e macro-politiche (come faccio io per professione e ahimè troppo spesso per inclinazione), apriamoci anche al dibattito micro, al dibattito su come utilizzare lo spazio urbano per invertire la rotta e trasformare il nostro Paese.

Si può cominciare da piccole cose. Creare per esempio un fondo a partecipazione pubblica e privata al quale ogni città e i privati cittadini possano accedere attraverso la presentazione di progetti dai risvolti innovativi e sociali. Conosco personalmente tantissime persone che non vedono l’ora di progettare per la loro città e ci sono in giro per il mondo idee incredibili a cui ispirarsi. Orti urbani, progetti di ‘social housing’, costruzioni eco-sostenibili, creazione di spazi sportivi o aree di incontro in aree e fabbricati dismessi. Diamo sfogo alla sperimentazione e riproponiamo poi, in altri contesti, le iniziative che funzionano ed hanno un costo basso per la collettività.

Certo non risolveremo tutti gli annosi problemi del nostro Paese, ma rilanciare l’idea di città come spazio creativo e sociale, al di là dei progetti europei e le politiche tradizionali potrebbe avere un impatto rilevante. Il rilancio di aree in crisi, il richiamo alla partecipazione e alla collaborazione sulla base di una cittadinanza più attiva, la creazione di nuovi ed impensati canali di sviluppo, l’attrazione di personalità originali sono piccoli passi per rendere le città più interessanti e il nostro Paese meno provinciale e ripiegato su se stesso.