C’è un processo, a Trapani, di cui poco o niente si parla o si scrive. È quello per l’omicidio di Mauro Rostagno, il sociologo, leader politico, giornalista, che venne messo a tacere come si fa da quelle parti – a colpi di fucile – quando si osa denunciare il malaffare e le collusioni fra mafia e politica.

Il 26 settembre ricorrono 24 anni da quell’omicidio. E sempre in quella data riprenderà il processo – le udienze vanno avanti da quasi due anni – contro Vito Mazzara e Vincenzo Virga, due dei presunti assassini, due mafiosi già in carcere per altri efferati delitti. Un doppio appuntamento per Maddalena Rostagno, l’indomita figlia di Mauro che da due anni ogni settimana si alterna con sua madre Chicca Roveri per presenziare alle udienze.

Una figlia che cerca in tutti i modi di abbattere la barriera di silenzio che grava sul processo e sulla figura del padre. Ci ha provato un anno fa con un libro bello e toccante, “Il suono di una sola mano” (Saggiatore), ci riprova ora organizzando, con il patrocinio del Comune di Milano, una serata in suo ricordo: martedì 25 settembre, a Milano, alla sala della Provincia di via Corridoni 16. Sul palco, oltre a lei, molte figure di spicco della cultura e della politica: dal sindaco Giuliano Pisapia, che di Rostagno fu avvocato, a don Luigi Ciotti, che con Libera combatte in Sicilia la stessa battaglia per la legalità di Mauro, da Leoluca Orlando, sindaco a Palermo in anni difficili (compresi i presenti) a Benedetta Tobagi, “sorella” nel dolore di Maddalena (anche a lei fu strappato il padre da una mano armata) a scrittori, musicisti e teatranti (Lella Costa, Renato Sarti, Giulio Cavalli, Gaetano Liguori) che di Rostagno racconteranno le molte vite in prosa (saranno letti testi scritti per l’occasione da Dacia Maraini e Erri De Luca) e in musica.

Ma è sul processo, principalmente, che verterà la serata. Un processo quasi miracoloso, perché dopo anni di indagini a vuoto, o meglio orientate volutamente verso false piste – dalla classica “questione di corna”, sempre molto battuta in Sicilia per aggirare più scomode “questioni di mafia”, a inesistenti complotti orditi contro Rostagno dai suoi compagni giovanili di Lotta continua – solo negli ultimi anni è stata imbroccata la pista giusta, quella che avrebbe dovuto essere seguita fin dall’inizio: la pista mafiosa.

Una perizia balistica, la stessa che i primi inquirenti avrebbero dovuto svolgere all’indomani del delitto, ha collegato i resti dell’arma usata per freddare Rostagno al campione di tiro a volo, nonché killer della mafia, Vito Mazzara: le nuove indagini della Squadra Mobile di Trapani e della Polizia scientifica hanno colto precise corrispondenze tra alcuni delitti per i quali Mazzara è stato condannato e l’omicidio Rostagno : una costante abitudine a sovraccaricare le cartucce (motivo per cui il fucile con cui ha sparato a Rostagno è scoppiato), l’abilità all’uso del fucile, oltre alle dichiarazioni di pentiti come Francesco Milazzo che lo indicano come a capo del commando. Quanto a Vincenzo Virga – capo del mandamento di Trapani, è stato il tramite tra la “nuova mafia” di Matteo Messina Denaro, figlio di Ciccio, e quella “tradizionale” di Bernardo Provenzano – hanno condotto a lui vecchie e nuove testimonianze di pentiti.

È stato impressionante ascoltare in aula un fedele servitore dello Stato come Rino Germanà, scippato delle indagini all’indomani del delitto, ribadire che quella mafiosa era la prima e più ovvia pista da seguire, viste le puntuali denunce di Rostagno da Rtc, l’emittente privata trapanese dove conduceva una seguitissima rubrica. Ma che era stata scartata senza appello dai carabinieri che lo sostituirono nelle indagini.

E ancora più scioccante assistere in aula al disvelamento del falso operato dal colonnello dei carabinieri Elio Dell’Anna, all’epoca capitano al reparto operativo di Trapani: Dell’Anna attribuì al giudice istruttore del processo Calabresi Antonio Lombardi l’affermazione, da quest’ultimo fermamente smentita, che Mauro Rostagno era a conoscenza delle motivazioni dell’omicidio del comissario, e per questo era stato ammazzato.

Ma dal processo è emerso molto altro ancora. Per esempio la conferma, da parte del pentito Angelo Siino, che Rostagno stava mettendo il naso in faccende pericolose, come quelle riguardanti certi appalti, o la certezza della presenza a Trapani di Licio Gelli, ospite di Mariano Agate, capomafia di Vito Mazzara, denunciata da Rostagno e confermata dal pentito Francesco Di Carlo.

Altre sorprese si attendono dalla riapertura del dibattimento: già nella prima udienza saranno ascoltati, su istanza della difesa, testi eccellenti come Claudio Martelli e Renato Curcio: prima Repubblica e terrorismo, un altro tentativo di togliere l’aggettivo “mafioso” al delitto Rostagno.

da Il Fatto Quotidiano del 23 settembre 2012