Un messaggio, alla troika e al governo di Atene, che suona più o meno se non come una velata minaccia, come un qualcosa che le assomiglia terribilmente: “Gli europei devono capire che i greci non ce la fanno più”. E ancora: “La linea negoziale emersa delle ultime ore è difficile”. La firma in calce a questa che potrebbe essere l’anticamera di una crisi, greca ma soprattutto continentale, è di Fotis Kouvellis, leader della sinistra democratica che, assieme ai socialisti del Pasok e ai conservatori di Nea Dimokratia sostiene l’anomala maggioranza di governo di Antonis Samaras.

Sulla bilancia le misure per altri 12 miliardi di euro che il premier ha intenzione di portare avanti (ieri inaugurando la Fiera Internazionale di Salonicco ha assicurato che non farà passi indietro, mentre all’esterno montava la protesta di operai e parti sociali). La troika per concedere altri 31 miliardi di prestito ponte, a cui però in molti da Bruxelles sono contrari, esige un’altra manovra che incida su stipendi e welfare: con provvedimenti che riducano (per la terza volta in due anni) stipendi e pensioni, indennità e stato sociale.

Infatti nella riunione tenuta ieri sera fra i tre leader della maggioranza, Samaras, Venizelos e Kouvellis, pare non ci siano state le dichiarazioni unitarie e di condivisione di facciata apparse oggi nei telegiornali. Bensì un “no” deciso verso l’ulteriore misura che, secondo il Dimar, incide solo sulle fasce a reddito basso. Contribuendo ad aggravare un panorama di guerra, con il record nazionale di disoccupazione emerso due giorni fa al 24%, con le scuole pubbliche riaperte oggi tra mille dubbi di tenuta economica, con il numero dei senzatetto ad Atene raddoppiati.

Se da un lato la troika attenderà la decisione della maggioranza su questi ulteriori tagli verticali, dall’altro la protesta sociale potrebbe influenzare in modo decisivo proprio la tenuta dell’esecutivo targato Samaras. Poco prima del rettilineo finale, scrive infatti in un editoriale oggi il quotidiano To Vima, il signor Kouvelis ha scelto la tattica politica del “tornante”, lasciando il circuito in un frangente delicatissimo. E in vista di contatti in corso per tutta la settimana con i funzionari di governo e rappresentanti della troika, solo al fine di mostrare che “tutto ha un limite di sopportazione”.

Il disaccordo del Dimar espresso nel corso del vertice di ieri sul pacchetto finale di 11,5 miliardi di euro, è riassunto in 6 punti, a cui Kouvellis e i suoi deputati sono contrari: tagli alle prestazioni disabili, aumento dei biglietti di trasporto urbano, taglio alle pensioni di età inferiore ai 65 anni, taglio alla tredicesima dei dipendenti pubblici, riduzione delle agevolazioni fiscali sociali per fasce deboli, abolizione dei sussidi di disoccupazione speciale per i dipendenti stagionali (edilizia e il turismo).

Sono in molti a sostenere, come sottolinea il deputato del Dimar Sakis Papathanasiou, che solo con i tagli non si risolva la questione ellenica, anzi, forse proseguendo solo su questa strada si potrebbero ottenere forti peggioramenti come gli indici industriali dimostrano. Per questo, è il ragionamento fatto da Kouvellis ieri a Samaras, oltre ai tagli già realizzati che in questi due anni, sarebbe il caso di prevedere misure per la ripresa industriale e per il sostegno al ceto medio, nel frattempo schiacciatosi verso il basso. Senza un’iniezione per la crescita, dicono nei corridoi del partito, il fallimento (già certificato da tempo oltreoceano) diventerà una realtà oggettiva e riconosciuta.

Per tutta la mattinata gli spifferi della riunione serale governativa hanno monopolizzato l’attenzione mediatica nella capitale ellenica, arrivando addirittura a ipotizzare un incontro dei rappresentanti della troika proprio con Kouvellis, preoccupati dal fatto che le sue contrarietà al nuovo piano potrebbero metterne a repentaglio la definitiva attuazione. Con la miriade di conseguenze finanziarie in sede comunitaria che ne deriverebbero. La partita al momento è tutt’altro che chiusa: in questa direzione vanno lette le parole del deputato membro del Comitato Esecutivo del Dimar, Margaritis, secondo cui “il governo deve muoversi sotto il comando del popolo greco nelle recenti elezioni, solo così si assicurerà il sostegno della società dalla loro parte, solo in questo modo si riduce il grido di populismo e tornare alla dracma, per questo abbiamo suggerito una serie di alternative equivalenti che governo dovrebbe adottare”.

Un modo per dire che il Dimar non sposa affatto posizioni antieuropeistiche o populismi anti Germania, ma è pur vero che al momento nessuno, né della troika né del ministero delle finanze di Atene, ha preso in considerazione un’altra cura per il malato Grecia, e dal momento che i rimedi attuati sino ad ora non stanno funzionando. Inoltre il malessere di Kouvellis riflette non solo quello del suo partito, bensì anche quello del Pasok il cui leader Venizelos è anche alle prese con una mini faida interna, con alcuni alti dirigenti che starebbero premendo per ottenere un cambio al vertice.

Lo stesso leader socialista quando rileva che “continuare con questa discussione stupida e senza speranza sulla possibilità di lasciare la Grecia dell’euro è inutile, è sovversivo e dannoso per la zona euro e dannoso per i disavanzi e dei debiti di tutti i paesi” fa mostra di non gradire la posizione sic et simpliciter del premier Samaras. Per queste ragioni per la prima volta dall’inizio della crisi il team economico del Pasok avrebbe preso in considerazione (almeno ufficiosamente) un riequilibrio dei negoziati con la troika. E Venizelos sottolinea che “ci deve essere proporzionalità e equità”, e che l’obiettivo al momento non è solo di raggiungere un avanzo primario prendendo misure supplementari, ma tentare di avere una crescita positiva, oltre alla sostenibilità del debito. Il tutto per tirare fuori dalle sabbie mobili l’economia greca e renderla indipendente in Europa, facendo intendere che la prossima richiesta da avanzare agli emissari di Bce, Ue e Fmi si chiama proroga.

Stando così le cose secondo alcuni osservatori non c’è ancora la certezza di ottenere una convergenza entro la giornata di mercoledì. E a chi gli chiede se esiste un rischio crisi per l’attuale governo in carica, Venizelos replica: “Non si tratta del sostegno del governo. Ma c’è un problema di rapporto con la società, il denaro è un problema”. Ecco appunto, il denaro.

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