Documenti sottratti al Papa, un assegno intestato proprio a Ratzinger e una pepita d’oro. Paolo Gabriele, il maggiordomo del pontefice accusato di essere il “corvo” del Vaticano, è stato rinviato a giudizio con l’accusa di furto aggravato. L’uomo, arrestato il 23 maggio scorso, avrebbe sottratto documenti dalle stanze di Joseph Ratzinger tra cui anche lettere private. Con lui, a processo, anche un analista programmatore della segreteria vaticana, Claudio Sciarpelletti, che risponde del reato di favoreggiamento. Era stato arrestato in maggio e poi gli era stata concessa la libertà provvisoria.

Gabriele, che rivestiva il ruolo di aiutante di camera di Benedetto XVI, sarà dunque processato. La sentenza di rinvio a giudizio rappresenta una “chiusura parziale” dell’istruttoria su Vatileaks. Nella sentenza e nella requisitoria del promotore di giustizia Nicola Piccardi compaiono altri personaggi che potrebbero essere inquisiti in seguito, ma i due magistrati li indicano con semplici sigle. Frutto delle perquisizioni contro Paolo Gabriele e ora sottoposti a sequestro, ci sono non solo documenti sottratti dall’appartamento papale, ma anche un assegno di 100mila intestato al Papa, una pepita d’oro e una edizione dell’Eneide del 1581. Gli oggetti erano regali fatti a Benedetto XVI. Uno dei documenti riservati, pubblicati in esclusiva sul Fatto, riguarda la sicurezza del Papa e la possibilità che potesse essere obiettivo di un complotto mortale. In seguito a quella e altre pubblicazioni, anche di libri, era scattata l’indagine a tutto campo sul corvo.

Gabriele ha precisato ai giudici di aver incontrato l’autore di Vaticano Spa e Sua santità Gianluigi Nuzzi: “Ci siamo incontrati in va Sabotino ed insieme siamo andati all’appartamento che lui aveva a disposizione a viale Angelico. Abbiamo quindi avuto una serie di incontri dapprima a distanza di circa una settimana e poi di due settimane. Questo nei mesi di novembre, dicembre 2011 e gennaio 2012. Successivamente il nostro rapporto è venuto scemando di intensità”.

Il giudice istruttore Piero Bonnet ha contestato al maggiordomo il ritrovamento a casa sua,  insieme ai dossier con i documenti, di tre oggetti a lui non appartenenti e cioè l’assegno bancario intestato a “Santidad Papa Benedicto XVI”, datato 26 marzo 2012, proveniente dall’Universitad Catolica San Antonio di Guadalupe; una pepita presunta d’oro, indirizzata a Sua Santità dal signor Guido del Castillo, direttore dell’ARU di Lima (Perù); una cinquecentina dell’Eneide, traduzione di Annibal Caro stampata a Venezia nel 1581, dono a Sua Santità delle “Famiglie di Pomezia”. Da parte sua, si legge nella requisitoria del promotore di giustizia Nicola Picardi, Paolo Gabriele ha giustificato questa circostanza con il caos nel quale erano le sue cose. “Nella degenerazione del mio disordine è potuto capitare anche questo”, ha detto. Il giudice istruttore gli ha, quindi, domandato se a lui venissero affidati anche i doni presentati al Santo Padre da portare poi in Ufficio. L’imputato ha risposto: “Sì. Ero l’incaricato di portare alcuni doni presso il magazzino e altri in Ufficio. Taluni di questi doni servivano per le pesche di beneficenza del Corpo della Gendarmeria, della Guardia Svizzera Pontificia e per altre beneficenze. Mi spiego ora perché una persona che si era fatta tramite di questo, mi chiese perché non era stato riscosso un assegno donato da alcune suore e ciò fu da me portato a conoscenza di monsignor Alfred Xuereb. Monsignor Gaenswein talvolta mi faceva omaggio di taluni doni fatti al Santo Padre. In particolare questo avveniva per i libri sapendo che io avevo una passione particolare per questi”.

Con il rinvio a giudizio di Gabriele per furto aggravato e Claudio Sciarpelletti per favoreggiamento, i giudici vaticani non concludono le indagini sulla fuga di documenti che continuano. Cioè la chiusura dell’istruttoria è parziale. E’ sempre stata “chiara l’intenzione del Papa di rispettare questo lavoro della magistratura e le sue risultanze” ha detto il portavoce vaticano padre Federico Lombardi e “ciò spiega la non pubblicazione di risultanze della commissione cardinalizia, per non condizionare il lavoro”. Il Papa “ha ricevuto questi documenti, ne ha preso conoscenza, rimane nel poter del Papa di intervenire qualora voglia o ritenga opportuno, ma finora – ha ricordato padre Lombardi – non lo ha fatto e possiamo pensare fondatamente che la linea che segue è questa, è quindi una ipotesi del tutto plausibile il dibattimento” in autunno. La pozione di Sciarpelletti, ha detto il portavoce vaticano, “è meno grave di quella di Gabriele”, non può essere considerato un “complice”, più che altro uno che aveva “rapporti di conoscenza con Paolo Gabriele”. Sciarpelletti ”non è stato considerato un complice dai magistrati – ha sottolineato Lombardi – e non è rinviato per questo”. Le sue testimonianze sono state incoerenti sulla provenienza di una busta, ma nulla dice che fosse corresponsabile. I magistrati vaticani nella requisitoria e sentenza pubblicate oggi “non affermano, ma neppure escludono – ha spiegato Lombardi – la possibilità di continuare le indagini su eventuali complici di Paolo Gabriele” e su “eventuali rogatorie internazionali. Facciamo un passo per volta. L’istruttoria vaticana va avanti, anche con tempi consistenti per la sua meticolosità, difficile fare passi avanti se non hai ancora compiuto quelli iniziati”.