Una piccola “casta” che diventa associazione e che combatte contro la riduzione dei vitalizi. Succede a Roma e ad associarsi sono gli ex consiglieri regionali della Regione Lazio. Per i quali l’ente tira fuori: 220 assegni vitalizi per un totale di 16 milioni e 400 mila euro. Nonostante la posizione di privilegio e una rendita mensile che nella maggioranza dei casi supera i 5 mila euro, gli ex consiglieri-associati, presieduti dal 2011 Enzo Bernardi, diffidano e citano in giudizio la Regione, spedendo una pioggia di ricorsi per chiedere la restituzione – a loro avviso – delle somme decurtate negli anni, dal proprio assegno vitalizio. Negli uffici dell’Avvocatura regionale, ne sono arrivati finora 33 ma, “presto ne arriveranno molti altri”, sostiene un funzionario dell’area legale. “La cosiddetta riduzione – chiariscono invece dall’ufficio competente per il trattamento degli ex consiglieri – sulla quale stiamo discutendo da anni, è davvero irrisoria, circa 300 euro”. 

La protesta che ha scatenato la pioggia di ricorsi parte da lontano: nel 2006 la manovra finanziaria dello Stato di Giulio Tremonti, ministro dell’Economia, prevedeva di ridurre di circa 500 euro lo stipendio dei deputati. L’indennità del consigliere è stata legata a quella del Parlamentare fino a dicembre 2011 (80 per cento dell’indennità di carica percepita dai deputati, e 100 per cento della diaria di un Parlamentare) secondo quanto stabilito da una legge regionale del 1995. Dunque, se si riduce lo stipendio dell’onorevole, automaticamente diminuisce quello del consigliere e a cascata il vitalizio dell’ex consigliere. Dal 1 gennaio 2012 la Regione cambia le regole e recide il legame con il Parlamento, inserendo nella finanziaria regionale un articolo che sopprime il meccanismo di aggancio automatico delle indennità dei consiglieri regionali (e quindi degli assegni vitalizi determinati in percentuale) a quelle della Camera dei deputati. Loredana Mezzabotta, consigliere per meno di una legislatura eletta nei Ds, tra i ricorrenti che si consola con 3.150 euro al mese, ne fa una questione di principio per sapere che fine fanno le somme decurtate: “Se fossi sicura che una diminuzione del mio vitalizio – dice l’ex consigliere – andasse a implementare il fondo per le pensioni sociali, non mi lamenterei”.

I vitalizi, in questione, non sono spiccioli: si arriva a pagare circa 6 mila euro al mese per consiglieri che sono stati in carica per due legislature; prende più di tremila euro al mese chi è stato alla Pisana per una sola legislatura. Basta anche un solo giorno di legislatura per far maturare lo stipendio vitalizio. E l’assegno scatta al compimento del cinquantacinquesimo anno di età. Ma se si rinuncia alla somma intera, con un piccolo sacrificio, molti consiglieri possono iniziare a percepirlo anche al compimento dei cinquant’anni. Oltre un terzo degli ex consiglieri percepisce vitalizi tra i 5 mila e i 6 mila euro al mese, come si può leggere nell’allegato che ilfattoquotidiano.it pubblica on line. Tra questi molti nomi noti: Piero Badaloni ex Governatore del Lazio, Luigi Cancrini, psichiatra e psicoterapeuta, eletto per un mandato nelle liste del Pci. Sempre in quota partito comunista, il linguista, Tullio De Mauro che ha un vitalizio di circa 3 mila euro mensili, per aver fatto l’assessore del Lazio per tre anni. Poi ci sono politici di lungo corso: Goffredo Bettini del Pd (3.150 euro), i fratelli Massimo e Guido Anderson, Msi ai quali la Regione versa al mese rispettivamente 5.150 e 3.150 euro. Donato Robilotta (4.900), dieci anni in consiglio regionale, ora Presidente dell’Ipab Sant’Alessio di Roma. Vitalizi cospicui anche per politici coinvolti o sfiorati da alcune inchieste. Infatti figurano i nomi di Paris Dell’Unto (5.150 euro), già socialista craxiano della prima repubblica, indagato nel processo “Mani pulite” e Marco Verzaschi (4.463 euro), finito agli arresti domiciliari nel 2007 con l’accusa di corruzione e concussione nell’ambito dell’inchiesta “Lady Asl”.

 

 

Bernardi, tra i più zelanti nella battaglia contro la riduzione del proprio vitalizio, difende la sua creatura: “Il ricorso che abbiamo fatto è giusto, c’è una sentenza della Corte Costituzionale che afferma l’illegittimità della riduzione. Deciderà la magistratura”. Il riferimento è alla sentenza n. 157/2007 della Corte Costituzionale che dichiara illegittima una riduzione in assenza di una delibera regionale, senza la quale l’autonomia finanziaria dell’ente sarebbe “compressa”. Ma dall’Avvocatura regionale assicurano che la delibera a cui fanno riferimento i ricorsi esiste ed è pronta una memoria difensiva in cui si legge che “nessun provvedimento di riduzione dei vitalizi dei consiglieri regionali è stato adottato in base al dispositivo normativo dichiarato illegittimo dalla Corte, ma seguendo la legge regionale vigente”. Rivogliono i soldi indietro, in ogni caso e senza indugio. Bernardi, classe 1942, eletto consigliere nel 1976 nella lista del defunto Partito repubblicano, in carica per tre legislature che ripete più volte di seguire la vicenda con distacco, di rinunciare a poche centinaia di euro su una rendita di 6 mila, non ne vuole sapere. Come non ha nessuna intenzione di ritirare il ricorso contro la Regione Lazio: “E perché dovrei ritirare l’atto di citazione, c’è un procedimento in atto”, dice stizzito Bernardi, tenendo a precisare che i ricorsi non sono veicolati in nessun modo dall’associazione ex consiglieri. Difficile pensarla così se nella lista dei ricorrenti, la metà siede nell’ufficio di Presidenza e nel direttivo dell’associazione. Se da una parte c’è chi difende strenuamente il proprio privilegio, dall’altra c’è chi anche se consigliere regionale, chiede l’abolizione di questo beneficio: il capogruppo della Federazione della sinistra, Ivano Peduzzi sta promuovendo un referendum abrogativo dei vitalizi per ex consiglieri e ex assessori della regione Lazio. L’associazione “ribelle”, costituita con legge regionale e interamente pagata dalla Regione per ciò che riguarda spazi e dipendenti, ha tra i suoi dipendenti la figlia di un consigliere non più in carica. Ma Enzo Bernardi minimizza: “Non è un reato che la figlia di un consigliere sia dipendente della Regione. E’ un impiegato pubblico che ha svolto regolare concorso”.