Una volta di più, Berlusconi ha dettato legge. Subito la legge bavaglio (e sul binario morto la legge anticorruzione), questo il diktat mentre annuncia che si ricandida a (s)governare l’Italia. Monti, sull’attenti, obbedisce. “La riforma è difficile ma va fatta”, scandisce il suo ministro della Giustizia, Paola Severino. La “riforma” è in realtà un’aggressione bella e buona ai valori della Costituzione repubblicana (“si tratta di una questione che meritava già da tempo di essere affrontata”, è il pepe che Napolitano mette al Parlamento perché l’approvi a tambur battente).

La legge-bavaglio era una delle ossessioni del regime di Berlusconi. Le cose nel frattempo sono abissalmente mutate. Contro la pretesa liberticida si era sollevata la Federazione della stampa, il quotidiano La Repubblica aveva dato vita a una efficacissima campagna “senza se e senza ma”, con i post gialli a evidenziare tutte le informazioni che sarebbero state negate ai cittadini, i quali non a caso erano scesi più volte in piazza, a centinaia di migliaia, per fermare un’infamia travestita da legge.

Oggi, praticamente il silenzio. Il Pd, che un anno fa garantiva il suo “no pasaran” (almeno a chiacchiere), è ormai diuturnamente impegnato negli esercizi spirituali di obbedienza “perinde ac cadaver” ai voleri del Colle Più Alto, la Federazione della stampa si deve nel frattempo esser sciolta, i post gialli di Repubblica contro il bavaglio sono sostituiti dalle norme immaginarie di Eugenio Scalfari che obbligherebbero già i magistrati a interrompere ogni intercettazione non appena aleggi nell’etere qualche augusta voce.

La mazzata alla democrazia che non era riuscita a Berlusconi rischia di essere inferta oggi, nella plumbea estate di un “pensiero” massmediatico più che mai unico, disinformante, cloroformizzante, lobotomizzante, nell’isolamento delle poche voci critiche ancora renitenti al bacio della pantofola verso il Quirinale e Palazzo Chigi, nell’intimidazione – divenuta ormai routine – contro i magistrati che prendono sul serio “la legge eguale per tutti”. Appena un anno fa erano tante, tantissime, le voci che contro la legge bavaglio declinavano in tutte le varianti il concetto di vulnus alla democrazia e financo di “golpe”. Dove sono finite? Vorremmo ascoltarle di nuovo, limpide e forti, più necessarie che mai, perché la legge bavaglio era e resta un’ignominia in sé, non si trasmuta da piombo in oro solo perché alla firma di Berlusconi si accompagnano firme dalle sembianze meno indecenti.

Il Fatto Quotidiano, 14 luglio 2012