roma acea
Proteste a Roma contro la privatizzazione di Acea

Sembrava non dovesse accadere nulla di nuovo: solito pomeriggio caldo e assolato, pochi minuti all’inizio della solita caotica discussione in aula Giulio Cesare della delibera n. 32/2012 con cui la giunta Alemanno intende approvare le linee di indirizzo per la costituzione di una grande Holding per la gestione integrata dei servizi pubblici della capitale e – in particolare – la cessione ai privati del 21% di Acea, solito anche il piccolo gruppo di cittadini che autodefinitisi «presidio democratico» per il rispetto della volontà popolare, da più di un mese, trascorre i propri pomeriggi  davanti al portone d’ingresso del Comune di Roma.

Manifestano il proprio dissenso nei confronti dell’ulteriore passo verso la completa privatizzazione della gestione del servizio idrico integrato che la maggioranza si accinge a votare e chiedono di assistere a quella che è una seduta pubblica dell’assemblea consiliare. Sarebbe un loro diritto, l’art. 30 del regolamento del consiglio comunale di Roma afferma che «Le sedute del Consiglio Comunale sono pubbliche salvo i casi in cui il Consiglio medesimo, con deliberazione motivata adottata a maggioranza assoluta, decida di adunarsi in seduta segreta per la tutela della riservatezza di persone, gruppi o imprese». Sulla discussione della delibera n. 32/2012, tale deliberazione motivata non c’è perché non sussistono motivi di segretezza ergo la seduta è pubblica.

Accade, invece, che in maniera ripetuta e per più giorni, l’on. Marco Pomarici, Presidente dell’assemblea capitolina, si distragga e così la lista con i nominativi dei cittadini autorizzati dai consiglieri di opposizione ad entrare in aula per assistere alla discussione rimanga esangue in attesa di firma proprio sulla scrivania del Presidente che, per una sfortunata coincidenza, mai volge ad essa il suo sguardo, troppo occupato a dirigere i lavori per apporre una firma su quel foglietto, così occupato che neanche fa caso a quei pochi che invece sono riusciti ad entrare e gli urlano: «Autorizza la lista, guarda è proprio lì accanto a te!». Nei giorni scorsi, dopo ore passate al sole, la gente aveva anche provato a bussare con mani, scarpe, pentole, all’immenso portone principale che sovrasta la scalinata del Palazzo del Campidoglio, nulla da fare, la giunta si barrica, sorda alla democrazia e alla partecipazione e i cittadini rimangono al sole ad aspettare invano.

Insomma, anche il pomeriggio del 12 luglio 2012 sembra avviarsi a trascorrere secondo il pieno rispetto di democrazia, trasparenza delle istituzioni e del dialogo tra rappresentanti politici e cittadini, nulla di nuovo dunque, solita e silenziata emergenza democratica in tempi di crisi economica.

Nulla per cui sollevare inutili polveroni o disturbare il comune placido letargo delle coscienze, delle masse atte a consumare quel po’ che resta da consumare, troppo indaffarate per pensare che votare un referendum significa anche assumere la pretesa che ne venga rispettato l’esito.

Ma tant’è … nulla di nuovo – dicevamo – finché con uno scatto di orgoglio democratico i cittadini e le cittadine della rete Roma non si vende occupano le scalette laterali da cui si accede all’aula Giulio Cesare: uno sproporzionato schieramento di forze dell’ordine circonda l’esiguo drappello di manifestanti. Sotto il sole la pazienza evapora in fretta e dopo poco la polizia trascina a forza i cittadini giù per le scale, in un baleno tutti vengono chiusi al di là delle transenne, finalmente l’ordine è stato ristabilito: dentro l’aula Giulio Cesare i consiglieri potranno finalmente iniziare i lavori della seduta pubblica a porte chiuse, al riparo da orecchie indiscrete e manifestazioni di dissenso, proprio come se fossero nel salotto di casa propria!.

Doveva essere il giorno dell’approvazione finale della delibera n. 32/2012 e tutto sembra andare per il verso giusto, e invece no, la novità arriva poco dopo lo sgombero dei cittadini: è il decreto con cui la Sezione V del Consiglio di Stato blocca fino al 24 luglio le operazioni di voto della delibera capovolgendo quanto stabilito dal T.A.R. del Lazio che aveva invece negato la sospensione d’urgenza. In sostanza, i giudici di Palazzo Spada ritengono doveroso appurare se vi siano state violazioni dei diritti dei consiglieri di minoranza: dubbi procedurali, dunque, riguardo al «blitz» grazie al quale il centrodestra aveva rimandato la votazione dei 50.000 ordini del giorno presentati dalle opposizione facendoli slittare a dopo la votazione della delibera n. 32/2012 per accelerare così il voto della stessa.

Intanto i cittadini hanno gradito poco l’abbronzatura forzata a cui sono stati costretti dal presidente Pomarici e si sono mossi per vie legali contro il modo a dir poco arbitrario di gestire gli accessi alle sedute consiliari.