140 scatti di donne e uomini di cinema. Bologna torna nell’immaginario infinito del genovese Mario Dondero, figura tra le più originali ed eclettiche del fotogiornalismo contemporaneo, poeta del reportage. Mario Dondero e la comunità del Cinema, questo il titolo emblematico della mostra che la Cineteca di Bologna promuove dal 19 giugno al 15 settembre nella propria sede in via Riva di Reno, 72. Un grande omaggio parallelo a quello di Palazzo Ducale a Genova (Mario Dondero. Dalla parte dell’uomo) allestita dal 16 giugno al 19 agosto 2012.

Quattro i punti cardinali attorno ai quali ruota l’esposizione bolognese, curata da Anna Fiaccarini e Rosaria Gioia: le foto dai set, Pier Paolo Pasolini, i personaggi del cinema italiano e del cinema francese. Ciò che attrae Mario Dondero e lo spinge a utilizzare il mezzo fotografico, la cattura istantanea di frammenti di realtà (come nell’estratto video di questo articolo, segmento della videointervista disponibile integralmente nelle stanze della mostra bolognese, n.d.r.) è l’essere umano nelle sue infinite mutazioni e mutevolezze: dai suoi cassetti emergono ritratti di attori e cineasti, momenti di pausa sui set, interpretazioni personali della foto di scena.

Spontaneamente il fotografo costruisce un rapporto (spesso affettivo e di amicizia) con il soggetto fotografato, si abbandona al piacere dell’incontro e percepisce l’altro con tutto il proprio essere: il ritratto di Jean Seberg, come quello di Agnès Varda o di Pier Paolo Pasolini, non sono semplici atti contemplativi, ma la ricerca di comunanza di sentimenti e somiglianza di idee e passioni.

Dell’altro, Dondero, sa cogliere i tratti istintivi ma anche l’essere sociale. Tanto che nel cinema ciò che lo attrae è proprio l’aspetto relazionale, il gioco dei ruoli e la condivisione di un progetto, di un’idea e infine di un lavoro: “Vedere nascere un film è come seguire la vita di una comunità provvisoria. C’è l’impegno che anima queste persone, c’è la paura di fallire, c’è molta passione”. Gli incontri con gli uomini e le donne del cinema avvengono casualmente (par hasard) a Roma o a Parigi e Dondero sente la necessità di fotografarli proprio come fa con i medici dei paesi in guerra, con gli operai e i contadini di tutto il mondo.

Le attrici che interpretano Le Soldatesse di Valerio Zurlini (1965), sono “soldatesse al quadrato”. Bernardo Bertolucci, dietro alla macchina da presa, si fa largo nel gruppo di tecnici e generici per trovare la giusta inquadratura; suo fratello Giuseppe, invece, assorto, è alle prese con i tagli, il montaggio. Entrambi cercano l’immagine giusta, armonica, adatta a fare da veicolo proprio al pensiero. Il cinema dunque è un lavoro. Come la scrittura.

E’ nota la passione del fotografo per la parola scritta, per gli scrittori; non a caso fotografa sceneggiatori e critici cinematografici (Goffredo Parise, Ugo Casiraghi, Luigi Chiarini) e ricorda spesso con ammirazione Guido Aristarco e Renzo Renzi, per il coraggio di aver scritto e pubblicato un soggetto sulle note vicende dell’esercito italiano in Grecia (L’armata Sagapò). La fotografia forse per Dondero non è neppure un lavoro. Non gli interessa “l’immagine giusta, ma giusto l’immagine” (Godard).

La fotografia è piuttosto il risultato di uno scambio empatico, un vicendevole dono che, nei ritratti, si avverte con maggiore forza. Dondero non ha pretese, non crede di poter raggiungere, attraverso il ritratto, l’anima del soggetto rappresentato. Semmai si dona ad esso e questo atto di generosità viene corrisposto. Il soggetto ritratto abbassa inevitabilmente la guardia e si svela, liberando un pensiero per lasciarlo andare in direzione dell’altro.

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