Alexis Tsipras, il leader della coalizione delle sinistre radicali (Syriza) parla di libertà di stampa alla vigilia delle elezioni in Grecia. “Da lunedì ci lasceremo alle spalle la paura che ci hanno instillato nelle vene i due partiti che da 20 anni si alternano al governo di questo Paese – spiega al suo ultimo comizio ateniese, prima del silenzio elettorale -. Lo fanno attraverso la complicità dei mezzi di comunicazione, soprattutto le televisioni”. Chi lo ascolta ha gli occhi lucidi. “Vi prometto che da lunedì, se vinceremo, faremo un’asta pubblica delle frequenze televisive che da 10 anni sono state cedute gratis e temporaneamente dai vari governi ai mezzi di comunicazione loro amici”. L’applauso è assordante. Mentre iniziano le note di Bella ciao (con cui Syriza apre e chiude tutti i suoi comizi), uno dei consulenti economici del partito, Gabriel Sakellaridis, laureato in economia e phd professor, ricorda che “la vendita delle frequenze televisive porterebbe nelle casse dello Stato 500milioni di euro”. Per pagare le pensioni finora ne sarebbero serviti 250, di milioni: la metà, se la matematica non è un’opinione.

La rabbia della maggior parte dei greci nei confronti dei mezzi di comunicazione è al limite: un mese fa, un giornalista televisivo è stato pestato e lasciato per terra sanguinante, mentre stava andando a prendere l’auto, dopo una serata in un locale glamour di Exarchia, il quartiere anarchico, nel centro di Atene, costantemente accusato dai media e dai partiti di governo, soprattutto Neo Democrazia, di ospitare gentaglia e terroristi. “Samaras (il leader del partito conservatore Neo Democrazia, dato per vincente di un punto su Syriza anche nelle votazioni di domani) e Venizelos (leader dei socialisti del Pasok) hanno fatto campagna elettorale dicendo che noi siamo terroristi, instillando la paura tra la gente, se voterete per noi capirete che noi vogliamo solo una società equa, solidale e pacifica, in cui tutti avranno la possibilità di esprimersi, non solo i giornali e le tv a cui i partiti danno il benestare in cambio di propaganda”. 

Alla vigilia del voto in Grecia è questo uno dei punti dibattuti dal mondo politico e per cui si batte Tsipras. Ad ascoltarlo ci sono anche Dimitri, un medico ventisettenne, master in farmacologia e inglese perfetto, che fa oscillare i suoi dreadlocks e l’orecchino, mentre si sposta, con un mezzo inchino, per far passare Elena. L’anziana signora, completamente vestita di nero ha 47 anni più di lui e merita rispetto, se non altro per essersi trascinata, nonostante i 43 gradi serali, nel cuore di piazza Omonia per sentire Alexis Tsipras. Il leader della coalizione delle sinistre radicali (Syriza) sta per salire sul palco per pronunciare. Elena con una mano sventola la bandiera, con l’altra agita il ventaglio mentre Alexandra e Angela, le sue due amiche del cuore, nonché pensionate “decurtate” (21 anni in tutto) come lei, la scortano lentamente. Chiedendo permesso alla folla di giovani che voteranno Syriza per un’Europa solidale, contro l’eco finanza.

Nonostante l’abbigliamento antico e i capelli bianchi, le tre signore non si risparmiano: entusiaste come ragazzine, ci spiegano perché anche loro vogliono, almeno per la Grecia, un modello di sviluppo diverso: “Non è solo una questione di soldi, non è solo per riavere indietro tutte intere le nostre pensioni. Voteremo Alexis perché pensa ai bisogni della maggior parte del popolo, che non è ricca, e che ha bisogno di medicine gratuite e scuole pubbliche migliori”, mi dicono in coro. Erano tutte e tre insegnanti elementari e trovano ingiusto che la Grecia spenda i soldi provenienti dalle loro tasse in armamenti, tagliando gli investimenti per l’educazione scolastica. “La Germania non si lamenta certo quando compriamo armi prodotte dalle sue industrie”, dice Alexandra. “E la Merkel non si è mai lamentata con i vari politici che hanno governato finora per non aver mai indetto un’asta pubblica, libera e a pagamento delle frequenze televisive. I giornali e soprattutto le televisioni qui fanno schifo, sono sotto scacco dei vari partiti al governo”, conclude con una smorfia di disgusto Angela. Lo sanno tutti, anche chi fa finta di non saperlo, che in Grecia non esiste una stampa libera. “Siamo vecchie ma non siamo mica rimbambite e cretine (in italiano) che non ci accorgiamo della corruzione dei media”.