Continua a parlare l’ex capo della security di Telecom Giuliano Tavaroli, testimone-imputato nel procedimento connesso al processo sui dossier illegali di Telecom. E dall’aula bunker di San Vittore le sue parole, sebbene non più utilizzabili dalla giustizia sportiva per riscrivere la storia recente del calcio italiano, aiutano a illuminare le troppe zone d’ombra dimenticate. Durante il processo, Tavaroli – che ha patteggiato 4 anni -racconta di avere organizzato un’operazione per conto dell’Inter per far spiare il dirigente bianconero Luciano Moggi – e magari anche Antonio Giraudo, detto “non ricordo” – e di avere poi consegnato il dossier nelle mani di Facchetti per farlo arrivare, forse “non so”, in quelle di Moratti.

“Non io direttamente, ma Bove (ex responsabile sicurezza Telecom, morto suicida, ndr) svolse analisi di traffico telefonico su Moggi oltre che su quello di Massimo De Santis. Non ricordo se anche su quello di Antonio Giraudo“, dice Tavaroli durante la sua deposizione, continuando a tirare dentro con entrambi i piedi nel fango del decaduto Dio pallone la società nerazzurra. Fino ad arrivare forse alla testa, al suo ‘massimo’ dirigente. Già la settimana scorsa, interrogato dall’avvocato difensore dell’ex arbitro De Santis, Tavaroli ammise di aver commissionato l’incarico di redigere il ‘dossier Ladroni’ a un investigatore per conto dell’Inter. E aggiunse poi di aver organizzato l’attività direttamente con Facchetti su ordine del presidente Moratti.

Ieri Tavaroli ha confermato quanto detto settimana scorsa: “Ricevetti in un incontro a tre Massimo Moratti e Giacinto Facchetti. Il report (il famigerato dossier Ladroni, ndr) era teso a confermare le rivelazioni di un arbitro (Nucini, ndr) in merito a possibili frodi sportive del 2002. Consegnai integralmente il rapporto a Facchetti. Poi ne discutemmo assieme, ma non so se Moratti fu messo al corrente dell’esito delle indagini”. Tavaroli ha nuovamente ammesso anche l’attività di spionaggio su Vieri e Jugovic, ex giocatori dell’Inter. “Quello fu il primo incarico per cui l’Inter si rivolse a Tronchetti Provera e quindi a me per un supporto professionale – ha detto Tavaroli – Le attività vennero poi condotte dall’agenzia Polis d’Istinto. Chi pagò? L’Inter. Mentre per il dossier Ladroni pagò Pirelli per un errore amministrativo”. Grazie a quell’errore di fatturazione, l’Inter uscì pulita da un’inchiesta sul medesimo dossier della Procura di Milano nel 2006.

Questa vicenda e Calciopoli si sfiorarono solo marginalmente. Ma ieri l’avvocato Gallinelli, rappresentante dell’ex arbitro De Santis, ha chiesto spiegazioni su un atto della Procura di Milano del giugno 2005 trovato tra le carte del processo. Da questo si viene a sapere che il computer sequestrato a Tavaroli a maggio, fu poi controllato dai carabinieri della seconda sezione del nucleo operativo di via in Selci a Roma, guidata dal colonnello Auricchio. “E’ una coincidenza strana che il computer di Tavaroli sia stato ispezionato, nell’ambito delle indagini su Telecom – dice l’avvocato Gallinelli -, dallo stesso ufficio dell’arma che si occupava di Calciopoli, sul finire della stagione sportiva 2004-05, quando le indagini su Calciopoli non erano state chiuse e le informative sulle schede svizzere dovevano ancora essere realizzate”.

Dagli sviluppi dell’affaire Telecom concernenti il calcio, emergono quindi ancora troppe domande cui non si è potuto, o voluto, dare risposta in ambito di giustizia sportiva. Quello che rimane, al di là dei risvolti penali della faccenda, è lo sconcerto per un procedimento sportivo concluso in fretta e furia dopo aver individuato degli ottimi capri espiatori (non per questo innocenti, anzi) solo in alcuni faccendieri del pallone nostrano. E invece, come il finale a sorpresa (o mica tanto) di un thriller, se la storia non assolve quelli che da subito per gli spettatori erano sembrati essere i ‘cattivi’, di sicuro macchia indelebilmente quelli che fino ad ora avevano recitato la parte dei ‘buoni’. E il film non è ancora finito.