Tre ragazzi avevano un sogno: aprire a Milano un ostello di tipo nuovo, con alti standard d’accoglienza, non dormitorio, non caserma, ma un luogo dove stare bene a prezzi bassi. Un posto dove ospitare ragazzi di tutto il mondo, ma aperto anche alla città, in cui dormire, mangiare, bere, incontrarsi, fare musica, chiacchierare. Carlo, Nicola e Pietro sognano, studiano, progettano, investono e in un paio d’anni inventano “Ostello Bello”, che apre nel 2011, in pieno centro a Milano, e viene subito riconosciuto come il miglior ostello d’Italia e uno dei migliori al mondo. Dieci stanze, ristorantino, spazio per la musica, bar e reception aperti 24 ore su 24. È al tempo stesso un sogno realizzato, un’utopia concreta, e un progetto imprenditoriale (i soci diventano undici, quattro ci lavorano a tempo pieno, 15 persone ne ricavano uno stipendio). Diventa rapidamente un luogo cult della città, dove anche i milanesi vanno a bere una birra e a respirare aria internazionale.
Il sogno comincia a incrinarsi a febbraio: gli viene imposto di chiudere alle 22. È la fine di quello che era diventato un rito per molti milanesi, birretta, musica e chiacchiere fin quasi le due di notte all’“Ostello Bello”. Che cosa è successo? Un delizioso pasticcio burocratico: il cambio d’orario, richiesto al Comune di Milano, non è stato comunicato dal settore commercio al settore attività produttive, che avrebbe dovuto comunicarlo al settore politiche ambientali. Risultato: si chiude alle 22 e il signor K è servito. Ma il peggio arriva a maggio. È una minaccia di chiusura. Per aver contravvenuto a una regola che impone, in Lombardia, di non avere più di sei letti per camera. Ci sono in Italia e nel mondo ostelli che hanno camerate anche con 24 letti. In Lombardia solo sei.
Finalmente hanno incastrato “Ostello Bello”, dopo uno stillicidio burocratico iniziato tre anni fa, con la prima visita dei fondatori alla Asl di Milano. “Volete fare un ostello? Le leggi ci sono, dovete conoscerle. Noi non diamo pareri preventivi. Voi fate l’ostello e poi noi usciamo per il controllo. Se ci piace, ok, altrimenti ve lo chiudiamo”. Ora quella profezia si potrebbe realizzare. “In nove mesi di vita, abbiamo avuto 15 visite”, racconta Carlo. “Asl, vigili del fuoco, polizia, annonaria, vigili provinciali, Arpa…”. Sembrava tutto a posto. “Ci siamo indebitati per più di dieci anni, sapevamo di non poter sbagliare. Dunque abbiamo fatto tutto in regola, anche se nessuno ci ha detto come fare e cosa fare. Anzi, abbiamo fatto di più: una cucina a disposizione degli ospiti, terrazzo, aria condizionata e bagni privati in ogni stanza, wi-fi gratuito senza password per tutti… Siamo stati noi, a un certo punto, a scoprire che la Regione Lombardia aveva emanato un nuovo regolamento che imponeva, all’articolo 8, di non avere più di sei letti per camera. Su dieci stanze, noi abbiamo tre camere (grandi: 25 metri quadri ognuna più servizi) con quattro letti a castello, anzichè tre. I metri cubi, i servizi igienici, i rapporti aeroilluminanti andrebbero bene anche per otto persone. Ma il regolamento dice massimo sei. Siamo stati noi a indicare questa nuova norma ai funzionari della Asl che si erano presentati con il vecchio regolamento del 1985. Come possiamo fare, abbiamo chiesto?”. Risultato: o togliete i letti in più oppure chiudete. “Noi non li togliamo. Per noi sono due posti di lavoro in più. Abbiamo violato una norma? Siamo pronti a pagare. Ma non li togliamo. Siamo stufi di essere vessati. Che cosa ci contesteranno, la prossima volta? Volevamo solo fare un ostello. E poi dicono che vogliono sostenere l’imprenditoria giovanile…”.