Raccogliere un milione di firme in calce a una dichiarazione a sostegno dell’indipendenza della Scozia. L’obiettivo è stato fissato con il lancio oggi a Edimburgo della campagna per il sì al referendum previsto per l’autunno 2014 con cui gli scozzesi saranno chiamati a decidere se staccarsi o no dalla Gran Bretagna e raggiungere la piena indipendenza dal 2016. “Voglio che la Scozia sia indipendente non perché penso che siamo meglio di altri Paesi ma perché so che valiamo quanto altri Paesi”, ha detto il primo ministro scozzese, Alex Salmond, leader dello Scottish National Party che detiene la maggioranza al Parlamento locale ed è stato il principale promotore della consultazione. “Come per le altre nazioni, il nostro futuro, i nostri successi e le nostre risorse devono essere nelle nostre mani”, ha aggiunto.

Il sì all’indipendenza ha raccolto il favore di molti personaggi pubblici, dagli attori Alan Cumming e Brian Cox all’ex direttore dei servizi Bbc in Scozia, Blair Jenkins. Sean Connery, da sempre filo-indipendentista, ha mandato un messaggio di sostegno alla causa. “Questo è un giorno storico”, ha scritto l’ex interprete di James Bond oggi non più al servizio di Sua Maestà, “la campagna per il sì ha scelto una visione positiva della Scozia, fatta di accoglienza e uguaglianza e di quei valori democratici che garantiscono agli scozzesi di essere i guardiani migliori per il loro futuro”.

Davanti a circa 500 sostenitori, accanto al leader dei verdi scozzesi, Patrick Harvie, e a quello dello Scottish Socialist Party, Colin Fox, il primo ministro Salmond ha annunciato una campagna fatta “passo dopo passo” a contatto con la comunità. Niente sembra essere stato lasciato al caso dagli organizzatori, sebbene tra i promotori aleggi il timore che la campagna per il sì sia stata lanciata con troppo anticipo sulla consultazione, mentre quella per il no partirà soltanto a fine anno. La stessa data del referendum affonda le radici nella storia scozzese. Cadrà infatti nel settecentesimo anniversario della vittoria di re Roberto I sulle truppe guidate da re Edoardo II d’Inghilterra nella battaglia di Bannockburn.

I sondaggi diffusi dalla Reuters dicono tuttavia che solo il 40 per cento degli scozzesi è bendisposto verso l’indipendenza, contro un 50 per cento sfavorevole e il restante 10 per cento di indecisi. Tra i promotori del no spicca Alistair Darling, ex cancelliere dello Scacchiere, ossia ministro delle Finanze, del passato governo laburista guidato da Gordon Brown. Anche il leader unionista si affida ai sondaggi per contestare le aspettative di Salmond e del SNP. I dati sono quelli raccolti da YouGov su un campione di mille elettori. Tra questi i no all’indipendenza prevalgono con il 57 per cento, i sì sono invece fermi al 33 per cento, ossia soltanto uno scozzese su tre. “Anche dopo aver vinto due elezioni e speso tutte le risorse del governo scozzese Salmond non è riuscito a convincere la popolazione a lasciare il Regno Unito”, ha commentato Darling.

Per il vicepremier scozzese, Nicola Sturgeon, l’indipendenza farà da volano alla crescita economica della futura nazione, per esempio avendo in mano il controllo delle tasse così da poter usare la leva fiscale per aumentare la competitività e attrarre investimenti. La Scozia può già vantare alcuni simboli di uno Stato indipendente come una propria bandiera e rappresentative sportive. L’attuale sistema di decentramento dei poteri affida a Edimburgo il controllo sulla sanità, sull’istruzione e sulle carceri. Londra mantiene a sé la difesa e la politica estera. Prerogative che Salmond vorrebbe ora portare sotto il governo scozzese. Per la Gran Bretagna il costo dell’indipendenza potrebbe risultare molto salato. I profitti per l’estrazione di petrolio nel Mare del Nord rappresentano una delle entrate più importanti per le casse statali britanniche. In Scozia è inoltre ormeggiata la flotta di sottomarini lanciamissili balistici equipaggiati con i missili nucleari Trident che costituiscono l’arsenale nucleare di Londra e non è detto che un governo di Edimburgo indipendente sarà disposto a mantenere tale servitù. Cinque milioni di scozzesi sono poca cosa su un totale di 52 milioni di britannici, ha sottolineato alle Reuters il professor John Curtice, dell’Università di Strathclyde, ma se l’indipendenza dovesse diventare realtà l’immagine e il peso internazionale della Gran Bretagna non sarebbero più gli stessi.

di Andrea Pira