Ho provato anche io a vedere il film, in piedi, camminando avanti e indietro per sfogare l’agitazione e per essere pronto ad uscire dalla stanza appena avessi superato il livello di guardia. Sono infatti andato via presto, dopo le prime scene in cui Zingaretti percorreva in bicicletta le strade fino al porto dei pescherecci. In quelle scene mi sembrava proprio di vedere Paolo, sulla sua Bianchi bianco-celeste che aveva comprato quando la nostra Fiumefreddo, che avevamo comprato insieme da ragazzi e che che io partendo per il nord gli avevo lasciato a Palermo, era diventata troppo vecchia.

Era proprio eguale, quella Bianchi a quella di Paolo e a quell’altra Bianchi che contemporaneamente io avevo comprato a Milano senza sapere che, per sostituire la nostra bici che non avevamo potuto dividere in due, Paolo ne aveva scelto una eguale alla mia. Mi era sembrato proprio Paolo su quella bici, con quella sua maglietta Lacoste verde eguale a quelle che usava portare e che aveva anche in una delle sue ultime interviste, dopo che Giovanni era stato già ucciso. Eguale, quella Lacoste a quelle che intanto anche io avevo cominciato a portare, anche se di colore diverso, in tutte le sfumature dall’azzurro al blu e che da quando la temperatura lo permette diventano la mia divisa. Eppure da ragazzi non le portavamo quelle magliette, costavano troppo e non ce le potevamo permettere.

L’illusione di vedere Paolo, di vedere la nostra Bianchi in cui si era sdoppiata la nostra vecchia Fiumefreddo, è svanita di colpo appena Zingaretti è sceso dalla bici, si è tolto gli occhiali e ha cominciato a parlare. Troppo diverse quelle sue inflessioni agrigentine dal nostro dialetto “ausitano”, della Kalsa, di Palermo, troppo simile la sua voce a quella che è diventata la voce di Montalbano e non può essere la voce di Paolo.

Da quel momento ho cominciato ad entrare ogni tanto nella stanza dove mia moglie continuava a vedere il film e ad uscirmene subito dopo, appena vedevo una Agnese troppo diversa dalla moglie di Paolo, appena vedevo Lucia, Manfredi, Fiammetta, troppo diversi, nell’aspetto e nelle voci, da quelle dei figli di Paolo. Anche di questo film quind non saprò mai, se non dai commenti degli altri, quanto sia riuscito a far capire davvero chi era mio fratello, quanto vicina fosse questa rappresentazione alla sua vita ed alla sua morte, quanto Zingaretti sia stato più o meno bravo di Giannini, di Tirabassi, a compiere quella missione impossibile che è interpretare Paolo.

Nessuno può riuscirci, troppo forte e inimitabile è la figura di Paolo e la sua figura reale, la sua voce reale, la sua maniera di muoversi e di parlare si sovrapporranno in ogni scena  alla figura e alla voce del più grande, del più perfetto attore che possa interpretarlo. Nonostante questo credo che questi film, questi tentativi, siano utili. Troppi giovani non erano ancora nati quando Paolo è stato ucciso, troppi giovani non conoscono la sua vita, la sua morte, i veri motivi per cui hanno dovuto eliminarlo troppo in fretta, dopo troppo poco tempo dalla morte di Giovanni, quando per la mafia non sarebbe stato utile attuare tanto in fretta la seconda e indispensabile parte della sua vendetta, ma per una parte dello Stato, quella dei traditori, quella degli infami, era necessario eliminare al più presto quell’ostacolo che si frapponeva, insormontabile, sulla strada di una infame, di una scellerata trattativa di cui ancora oggi si continuano a pagare le cambiali rimaste ancora insolute. Cosí come era necessario, con ogni mezzo e a qualsiasi costo, fare sparire la sua agenda rossa.

Non credo però ci sia migliore maniera per conoscere Paolo che vedere le sue interviste reali, leggere i suoi scritti, una sola sequenza dell‘intervista nascosta, quella ai due giornalisti francesi, dove parla di Mangano, di Dell’Utri, di Berlusconi, vale per conoscere davvero Paolo di più di qualsiasi film…..e ci fa capire di più della sua morte.