La prima notte dopo il forte sisma che ha terrorizzato l’Emilia Romagna non è stata tranquilla per gli sfollati della provincia di Modena. Colpita duramente da diverse scosse, la più forte di magnitudo 5.9, che ha devastato il centro cittadino e danneggiato molte abitazioni. Dalla provincia tanti hanno raggiunto Finale Emilia dove sono state allestite alcune tendopoli dalla protezione civile, ma non tutti sono riusciti a dormire. C’è chi ha sofferto il freddo, chi ha dovuto accamparsi in auto perché è rimasto senza un letto e chi, invece, ha trascorso le lunghe ore di buio, intervallate da continue scosse di terremoto di varia intensità, seduto su una sedia. Nel capannone del centro sportivo di via Monte Grappa, dove in tanti ancora aspettano di ricevere una sistemazione, in attesa di poter ritornare a casa.

“Sono due notti che non chiudo occhio, da quel maledetto terremoto di sabato – racconta Piovan Deuscanutu – io abito in via Monte Grappa, vivo da sola e la scossa mi ha svegliato all’improvviso. Nel panico ho aperto la porta e ho visto le famiglie dei miei vicini, spaventate quanto me, abbiamo preso i bambini e siamo scappati fuori. Qui alla tendopoli del centro sportivo, però, non ci sono abbastanza posti letto e io e le mie amiche, Rita e Rosario, abbiamo dovuto passare la notte sedute su sedie di plastica. Hanno dato i letti prima agli anziani e poi ai bambini, è giusto, ma spero che stasera trovino posto anche per noi, siamo davvero esauste. La terra continua a muoversi, ho paura e spero di poter presto dormire almeno qualche ora”.

In molti sono coloro che non hanno trovato un alloggio nelle tendopoli di Finale, arrangiandosi in attesa che nuove sistemazioni vengano allestite. Rimanendo nel capannone del centro sportivo e accontentandosi di una coperta stesa per terra, tra le gocce di pioggia che entrano dal tetto e l’umidità altissima. “Siamo in lista per un letto, dopo aver dormito un po’ in macchina – racconta la famiglia Vincenzi, due anziani e il loro figlio – ci hanno trattato bene, promettendoci una sistemazione ma siamo ancora scossi ed è dura passare le ore qui seduti, fa freddo e non c’è molto da mangiare”. Per poter tornare a casa e prendere qualche abito o genere di conforto, infatti, bisogna prendere appuntamento con i vigili del fuoco e ci vuole qualche giorno. “La nostra abitazione, da un’occhiata veloce prima che ci evacuassero, non ha subito grossi danni”.

“Io ho una bimba di un mese e alla mia famiglia hanno dato solo una branda in questo capannone, che gocciola, è freddo e non posso nemmeno cambiare la tutina a mia figlia per timore che si ammali – racconta Mauro Baruffaldi, seduto in un angolo con la moglie Lorenza e figlia Amelia – sono stato operato di tumore al cervello e dovrei stare calmo, riposare, ma come si fa a stare tranquilli in questo posto, pieno di gente, di confusione? Ci avevano detto che stavano allestendo altri accampamenti nelle palestre delle scuole ma stanotte, una volontaria della protezione civile che ha dormito accanto a noi ci ha risposto che non era vero. Cosa dobbiamo pensare? Che organizzazione è questa? Siamo sfiduciati”.

“Quello è il mio letto, mio e di mia moglie – dice Umberto Serra, di origini cubane, indicando una coperta stesa per terra con un cuscino di fortuna – Verso le tre del mattino mi sono svegliato perché mi pioveva in testa. Fortunatamente degli amici stanno ospitando la mia bimba di 8 anni, così non deve stare qui in queste condizioni, ma mi domando come lavori la protezione civile italiana che in 32 ore dal terremoto non è ancora riuscita a sistemare almeno le donne e i bambini. Le strade per arrivare qui non sono impraticabili perché non ci arrivano gli aiuti?”.

Ma anche per chi ha trascorso la prima notte in tenda il riposo è stato difficile. “Qui fa freddo, ma anche nelle tende è difficile prendere sonno – spiega Gulam Habbas, tenda 05, di origine marocchina, residente a Finale da 2 anni – il pavimento e il letto erano fradici, ho tenuto tutti i vestiti addosso ma mi sento indolenzito e dolorante. Per i miei amici invece non hanno trovato posto così si sono messi in lista per stasera”.

“Noi abitavamo accanto a palazzo dei Veneziani, dico abitavamo perché la nostra casa è distrutta – racconta la famiglia Shah di origini pakistane, in Italia da otto anni, per voce di Saned, che parla bene italiano – siamo scappati così velocemente che non abbiamo altri vestiti che quelli che indossiamo. Mio padre si è svegliato sabato notte, all’una, quando c’è stata la prima scossa ma qui è normale, non era molto forte così ci ha lasciati dormire. Alle quattro però la casa ha preso a tremare così violentemente che abbiamo avuto paura ci crollasse addosso. Abbiamo tentato di uscire in fretta, ma le macerie ci venivano addosso e mia madre si è rotta un braccio mentre mio zio si è ferito al ginocchio”.

La famiglia di otto persone ha ricevuto la tenda 28 al centro sportivo di Finale, e la notte è passata abbastanza bene. “Avremmo bisogno di tante cose con i bimbi piccoli – racconta Saned, riferendosi ai fratellini e alle sorelline, dai 6 ai 10 anni – ma anche entrare è impossibile perché le continue scosse rischiano di far crollare il palazzo accanto sulla nostra casa. Speriamo che ci aiutino a trovare una sistemazione, perché altrimenti non sapremo cosa fare”.

La famiglia della tenda 25, occupata da Grazia e da sua madre, affetta dal Morbo di Alzheimer, invece si è dovuta separare. “Ci hanno trovato un riparo in tempi brevi considerate le circostanze, il personale che ha assistito mia madre è preparato e abbiamo avuto un pasto caldo ieri sera. Purtroppo anche in situazioni simili c’è chi se ne approfitta, e qualcuno ieri ha usufruito di più cibo di quanto gli spettasse e c’è chi non ha avuto nulla da mangiare. Mio marito però – ha aggiunto Grazia – stanotte ha dovuto dormire in macchina perché la protezione civile ci ha avvisati che si sarebbero potuti verificare episodi di sciacallaggio”.

Un’eventualità che ieri aveva destato molta preoccupazione tra gli sfollati e molti padri e mariti stanotte hanno lasciato le famiglie per organizzare turni e appostamenti, per pattugliare le abitazioni evacuate e incustodite.