Fallita. Non solo la Grecia (per alcune banche internazionali tecnicamente già lo è) ma l’ultima mediazione tentata dal capo dello stato Carolos Paoulias, uomo dell’Epiro, mansueto e propenso alla trattativa. Il vertice convocato al possente Megaro Proedrikò è andato a vuoto: nessun governo “dei professori” e nuove urne a giugno (il 10 o il 17, nel frattempo esecutivo a interim affidato al presidente del consiglio di stato o a un alto burocrate). Samaras, Venizelos, Kammenos, Kouvelis e Tsipras (esclusi gli estremi, Alba dorata di Nikolaos Mikalioliakos e KKe di Aleka Papariga) come una batteria di fuoco, schierata attorno al tavolo di noce. Nessun accordo, anzi, altro fiele sparso in un momento delicatissimo per l’intero continente, con la borsa ateniese che perde quattro punti in un solo minuto (alla notizia del nuovo voto), con lo spread che bussa nuovamente alle porte dell’Ue. E con una paura folle del contagio per gli altri paesi Piggs. In Grecia iI governo tecnico muore prima di nascere, non si trova la sintesi e ognuno resta sulle posizioni che da una settimana sono note a tutti. Il primo partito Nea Dimokratia e i socialisti del Pasok, al governo ininterrottamente dalla caduta dei Colonnelli ad oggi, sono i principali responsabili della crisi attuale: questo il pensiero del giovane Alexis Tsipras, leader del Syryza, motivazione principale per cui non ha dato il proprio appoggio ad alcun tipo di governo. Il nodo non è solo il piano della troika in sé, ma come è stato contrattato (al ribasso) con i rappresentanti di Fmi, Bce e Ue. Prima reazione da parte della borsa di Atene che in pochissimi minuti crolla: l’indice Ahex 20 è passato da un rialzo dell’1,25% a una perdita del 3,97%.

Non manca ovviamente un giallo. Poche ore prima del vertice decisivo era circolata una lettera filtrata dalla segreteria del partito di Kammenos (Indipendenti greci) in cui si faceva esplicito riferimento alle condizioni poste dal tenace politico (fuoriuscito due anni fa dai conservatori) che sarebbero state accettate. Pare inoltre che lo stesso Kammenos avesse già pronta una lista di possibili ministri, tutt’altro che tecnici, ma così come quel foglietto è circolato durante il vertice da Papoulias, altrettanto velocemente poi è stato messo da parte. Assieme alle speranze di stabilità. E il sottile filo intercorso tra Kammenos e il democratico Kouvelis si è rotto immediatamente. Troppo dura la replica del leader del Dimar, che senza l’appoggio di Tsipras (secondo alle urne con il 16% e che domani riceverà l’ambasciatore tedesco ad Atene) non avrebbe mai concesso il suo “sì” a un governo. Si dice che il ragionamento degli esponenti di sinistra poggiasse sul dato elettorale: se le urne hanno dato un responso così netto contro chi ha governato sino a ieri, vorrà pur dire qualcosa.

Ma la tensione è stata alta durante tutta la durata del vertice. Il più duro Evangelos Venizelos che ha puntato il dito contro “chi ha messo i propri interessi di parte al di sopra di quelli nazionali”. Il riferimento è alla coalizione della sinistra radicale favorita in caso di nuove elezioni che replica: “Abbiamo presentato cinque assi programmatici per costruire un governo progressista, in linea con il verdetto popolare. Chiediamo la cancellazione di queste leggi che riducono i salari”. Ma l’accusa che il Vendola dell’Acropoli rivolge ai colleghi Samaras e Venizelos, è di aver in qualche modo ricattato l’elettorato ellenico, minacciando: o la troika (quindi il voto a noi) o elezioni e quindi fallimento. “Non metteremo la nostra firma sulle misure di povertà e miseria” aggiunge lasciando la sede del Syriza. Il suo partito è dato in forte ascesa. Secondo l’ultimo sondaggio diffuso dai media televisivi greci, potrebbe sfondare il 24%, di contro tutti gli altri soggetti politici perderebbero qualcosa da nuove urne.

In quanto i cittadini si rendono conto che, all’indomani della firma della politica greca in calce al piano della troika, di miglioramenti non se ne vedono. Quinto anno consecutivo di recessione, debito che tocca il 170% del pil, dieci punti in più del 2011, disoccupati un giovane greco su due, aziende private e banche che chiudono come funghi, suicidi da crisi che non segnano uno stop. E la vulgata per le strade ateniesi è che a naufragare non sia stato solo il governo di larghe intese, ma l’intera concezione di un’Unione che tale ancora non è.

Di contro ci sono da registrare le reazioni continentali alla fumata nera. Il gran capo dell’Fmi Christine Lagarde ha espresso la speranza che la Grecia resti nell’Eurozona, precisando però che bisogna essere tecnicamente preparati a ogni eventualità. “Se gli impegni fiscali di questo paese non saranno rispettati – ha detto – allora si dovranno prendere le opportune contromisure e questo sia in termini di finanziamenti e tempi supplementari, che di meccanismi ordinari di uscita”. Mentre il commissario europeo al Mercato interno e ai servizi finanziari, Michel Barnier, ha invitato Atene a non isolarsi dal momento che è il popolo ad avere nelle sue mani il destino europeo del Paese”. Il presidente dell’Ecofin e primo ministro lussemburghese Jean-Claude Juncker ammette che “il nostro fermo desiderio è di mantenere la Grecia nell’Euro, e faremo di tutto perché sia così”. E circa l’abbandono della moneta unica da parte di Atene replica: “Un’assurdità, solo propaganda”, smentendo così le dichiarazioni ambigue di alcuni ministri dell’Ue, tra cui il tedesco Wolfgang Shaueble e lo stesso presidente della Commissione europea, José Manuel Barroso. “Siamo 17 Stati membri, co-proprietari della nostra moneta comune. Bisogna evitare di offendere la democrazia greca”.

Ecco il punto. Perché non è tutto riducibile, solo e semplicemente, ad una questione di numeri e percentuali. Lo ha annotato Arianna Huffington: osservando le statistiche ed in particolare il 54% di disoccupazione giovanile in Grecia, il pensiero va subito a tutte le storie reali che si nascondono dietro quei numeri drammatici. Promesse non mantenute, il senso di colpa, la vergogna, la paura “che spesso vanno di pari passo con la poca speranza per un futuro migliore”. Tutti elementi ascrivibili alla cattiva politica che ha condotto l’Ellade sin qui, a un passo dall’Ade.

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