Ci sono immagini che mi aiutano a vivere: lo sguardo di Marcello Mastroianni nel finale della Dolce vita, la passeggiata di Anna Magnani in Mamma Roma, Jean Gabin che guarda dalla finestra del buco in cui è asserragliato in Alba tragica, tante altre ancora, più antiche o più recenti.

Queste immagini hanno per me, forse solo per me, un che di religioso, sono oggetti salvifici perché hanno la forza di proteggermi. Non so esattamente da che cosa, so però che c’è in quelle immagini un’energia, un potere speciale al tempo stesso visivo e mentale che di solito il cinema non ha. Per me sono immagini-culto. Hanno anche un valore archetipico. C’è tutto il cinema in quelle immagini, tutta la potenza del cinema. Ed è lì, solo lì, non altrove. Altri ne avranno altre, di immagini, ma sempre le immagini-culto dovranno sprigionare questa energia.

La forza del culto è anche in questa operazione selettiva, che distingue ciò che ha una capacità di sintesi da ciò che non la ha, o la ha in modo molto più parziale e ridotto. E che trae forza da questa sintesi. Non tutto è cult. E nemmeno Stracult. Non è questione di snobismo intellettuale, né di gauche-caviar, come direbbero i francesi. Però credo si debba riflettere su questa operazione di gigantesco amalgama culturale che in Italia è cominciata una quarantina di anni fa con le prime revisioni critiche della cultura popolare. All’epoca gli strumenti sofisticati della semiotica (da Barthes in giù) permettevano di avventurarsi in ardite analisi di romanzi o di film popolari, e di riconsiderare la questione della cultura alta e bassa secondo logiche che rendessero ogni prodotto degno di attenzione. Allora l’urgenza era quella di svecchiare una cultura anchilosata: il ’68, e poi il ’77, servirono anche a questo. Nel frattempo la tv cominciò, proprio negli anni Settanta, ad andare incontro al pubblico, troppo incontro: basta vedere l’inizio di Videocracy per rendersi conto dell’operazione di annichilimento culturale di cui la tv fu responsabile e che favorì poi sul lungo termine la fortuna berlusconiana in politica. Quella che era un’operazione inizialmente nuova, perché abbandonava un modello pedagogico di tv per sostituirgli un modello più friendly, si trasformò in un monumento al disimpegno mentale, all’ottundimento sociale.

Ora siamo circondati da un paesaggio di rovine: c’è da ricostruire tutto, non solo l’economia. Anzi, proprio per curare la rinascita dell’economia bisogna cominciare dalla rinascita delle forme e dei modi del vivere sociale, di una speranza per il futuro, dell’utopia di lavorare per un mondo migliore, di una visione meno cinica delle cose. E bisogna farlo a partire dalla cura per la coscienza critica delle persone. Cosa vuol dire far crescere la coscienza critica? Vuol dire semplicemente abituare a distinguere: non tutto è uguale a tutto. In questo senso operazioni come lo Stracult televisivo – che rilegge in chiave ironicamente divertita, ma anche nichilisticamente ammiccante, tutto il trash del cinema italiano anni Settanta-Ottanta – sono operazioni regressive, e lo sono tanto più quanto più si mascherano dietro una finta patina di antiaccademismo birichino che accusa di snobismo chi non è sufficientemente à la page per apprezzare Bombolo o Jerry Calà. Intendiamoci, non c’è da sognare una tv fatta solo di drammi shakespeariani o di dibattiti sull’andamento della borsa giapponese. E si può benissimo fare un’operazione critica sul cinema o sulla tv senza essere necessariamente accademici. L’operazione che fa Blob sulla tv, ad esempio, è di segno diametralmente opposto a quella che Stracult fa sul cinema.

In questa fortuna del gusto kitsch la sinistra ha delle grandi responsabilità, perché è nel terreno di coltura della sinistra che ha attecchito questo spirito di falsa contestazione alla Cultura con la C maiuscola (chi non ricorda l’operazione nostalgia del recupero delle figurine dei calciatori Panini avviata dal Veltroni direttore dell’Unità?). E’ a partire dal travisamento del benemerito motto anarchico “Una risata vi seppellirà”, ripreso poi dal movimento studentesco del ’77, che si è scelta questa via troppo facile al rinnovamento televisivo. Per ridare un senso anche culturale alla sinistra bisogna forse ritornare a Elio Vittorini, magari aggiornando ai tempi nuovi l’auspicio che, appena finita la guerra, egli formulava sul Politecnico, quando si augurava una cultura che sapesse proteggere l’uomo dalle sofferenze invece di limitarsi a consolarlo. Solo uomini protetti e attrezzati saranno in grado di mettere mano al paesaggio di rovine nel quale viviamo.