Tutti apatici, disinteressati, abulici, quasi stralunati gli studenti della 2B di Lussana (BG) che si sono meritati un 8 in condotta collettivo per scarsissimma partecipazione al “dialogo educativo”.

Quando li invito a leggere un testo in classe ad alta voce – ha detto una prof – mai nessuno che si offra volontario!”. Una classe dove regna un silenzio catacombale, che fa rimpiangere quelle belle classi vocianti e turbolente di una volta.

Porto l’articolo in classe e lo discuto con i miei alunni: si conviene sul fatto che l’episodio di cronaca in questione sia un segnale dello smarrimento in cui si trovano i giovani. “E’ come se fossimo in mezzo al mare prof ” – dice dal fondo della classe Patranga, staccando per un attimo gli occhi dall’ iphone; “Come Napoleone, prof, che guardava l’orizzonte quando era sull’isola” –  aggiunge Brutti dal primo banco, visibilmente soddisfatta di aver fatto riferimento al Manzoni.

Quando esco da scuola porto con me quest’immagine del giovane alunno su un’isoletta deserta che scruta vanamente il mare sconfinato. Ma se furono gli inglesi, per le ragioni ben note, a portare Napoleone a Sant’Elena, chi è stato a portare l’alunno sull’isoletta, i giovani allo smarrimento?

Siamo tra il 25 Aprile e il 1 Maggio: per un giovane, almeno fino agli anni ottanta, queste due date potevano rappresentare il passato da cui partire (i valori condivisi della Resistenza e della Costituzione repubblicana) e il futuro a cui aspirare (il lavoro, l’indipendenza economica). In qualche modo si sapeva da dove si veniva e dove si stava andando e, nella certezza dei confini del nostro agire, era anche più facile contestare “il sistema”,  ben sapendo che, prima o poi, in quel sistema saremmo rientrati naturalmente. Certo, la crisi del capitalismo industriale non è solo italiana  e interessa tutto il mondo occidentale; ma in Italia si è voluto, negli ultimi anni, fare di più, e non ci si è accontentati di cancellare ogni prospettiva futura, spacciando la flessibilità per libertà e precarizzando il mondo del lavoro; no, in Italia si è pensato bene anche di minare i valori portanti della nostra democrazia cercando di sgretolarne le fondamenta. I manifesti apparsi recentemente a Roma, targati Alemanno-Polverini, che inneggiavano ai “ragazzi di Salò” definendoli eroi, non sono che l’ultimo episodio di una precisa strategia politica e mediatica tesa a svuotare di significato la Resistenza e a eliminarne il valore simbolico. Così abbiamo sentito Berlusconi definire il Fascismo una “democrazia minore” e lo abbiamo sentito citare i diari del Duce come fossero vangelo; così abbiamo visto istituzionalizzare, con la mistificante “Giornata del Ricordo”, il mito delle Foibe, una vergognosa falsificazione storica utile solo come contrappeso alla Resistenza; così, alla maturità dello scorso anno, tra le tracce dei temi che malvolentieri abbiamo consegnato agli alunni, abbiamo trovato la citazione del discorso di Mussolini alla Camera del 3 Gennaio 1925; il discorso con cui Mussolini, le mani ancora sporche del sangue di Matteotti, di fatto sancì l’inizio della dittatura.

I maturandi erano invitati a tener conto del documento nella stesura di un saggio su “Il ruolo dei giovani nella storia e nella politica. Parlano i leaders”; come se in Germania a un tema sullo sviluppo del turismo e della portualità nel Mar Baltico avessero allegato come spunto il discorso di Hitler a Reichstag del 1 settembre 1939 con gli “accenni” alla città di Danzica.

In nessun paese, soprattutto durante una congiuntura economica negativa dal futuro incertisssimo, ci si concentra a smantellare la propria storia, a distruggere quel poco di impalcatura che regge il patto sociale: da noi è accaduto e sta accadendo. Col risultato che i nostri giovani non hanno più appigli, né radici né prospettive.

Non so, quindi, cosa possa servire sancire, con un otto in condotta, l’apatia dei giovani studenti; credo piuttosto che, prima di tutto, si debba chieder loro scusa per averli portati a questo grado di smarrimento. Potremmo pensarci noi della scuola: tra le pieghe dei programmi, oltre a inserire l’educazione alla salute, all’alimentazione, alla cittadinanza, alla sessualità, alla tolleranza e integrazione, potremmo aggiungere un capitolo di scuse rivolto ai giovani studenti. Saremmo funzionari della Scusa pubblica; ovviamente senza alcun onere aggiuntivo per le casse dello Stato.