L’Italia è il Paese dove i dieci Paperoni posseggono una ricchezza che vale tutta insieme quella di altri tre milioni di italiani più poveri. Un divario molto più ampio di quello della distribuzione del reddito. Un fenomeno presto spiegato: l’Italia è ancora piuttosto ricca, ma la ricchezza degli italiani è composta sempre di più dal patrimonio accumulato in passato e sempre meno dal reddito.

Ad analizzare la ricchezza nazionale è uno studio di Giovanni D’Alessio, del servizio studi di Banca d’Italia, in un rapporto pubblicato negli Occasional papers diffusi da Palazzo Koch. Negli ultimi anni, secondo Bankitalia, si è invertita la distribuzione della ricchezza tra le classi di età: oggi al contrario che in passato gli anziani sono più ricchi dei giovani che non riescono ad accumulare. Se da un lato i dati evidenziano l’esistenza di un conflitto generazionale in termini di redditi, il livello di diseguaglianza è comparabile, secondo D’Alessio, a quello di altri Paesi europei.

Il reddito da capitale. Il rapporto tra la ricchezza e il reddito è all’incirca raddoppiato negli ultimi decenni, ma è aumentato altrettanto anche il ruolo dei redditi da capitale rispetto a quelli da lavoro. Questo significa che sta assumendo un ruolo via via crescente tra le risorse economiche che definiscono la condizione di benessere di un individuo.

Le tasse sulla ricchezza. Lo studio sottolinea che è “notevole” che in Italia “il carico fiscale sulla ricchezza all’inizio degli anni Duemila fosse tra i più bassi d’Europa e che, al netto dei condoni, sia diminuito sensibilmente nel corso del decennio”. Da qui “l’inversione di questa tendenza occorsa con il decreto di fine 2011 è apparsa opportuna”.

“Mitigare con più diritti”. Come mitigare le disuguaglianze? Il rapporto di Bankitalia traccia alcune linee che seguono in particolare politiche che assicurino “alcuni diritti fondamentali”. Per esempio la scuola pubblica, “erogando un servizio a tutti, tende a ridurre la disuguaglianza tra i cittadini in termini di conoscenze e di abilità, presupposto di una quota rilevante di quella in termini di ricchezza”. Ma anche politiche per adeguare il livello dei servizi pubblici del Mezzogiorno al resto del Paese. Infine la disuguaglianza che caratterizza i giovani: “Non può che essere affrontata sul terreno da cui trae origine, cioè con interventi sul mercato del lavoro e sul welfare”.

Disuguaglianze maggiori a quelle del reddito. Le disuguaglianze nella distribuzione della ricchezza non sono aderenti con gli squilibri tra fasce di reddito. Stando alle cifre del rapporto, infatti, il 10 per cento delle famiglie più ricche possiede oltre il 40 per cento dell’intero ammontare di ricchezza netta, mentre il 10 per cento delle famiglie a più alto reddito riceve invece solo il 27 per cento del reddito complessivo.

Un aspetto che Bankitalia spiega innanzitutto con le differenze dovute al diverso stadio del ciclo di vita di ognuno. Per il reddito l’evoluzione segue l’età: prima cresce e poi cala con il pensionamento. Per la ricchezza l’andamento è più marcato: i valori aumentano rapidamente per i giovani e per la “mezza età”, ma crollano per gli anziani.

Lo squilibrio nella ricchezza riflette infatti le preferenze dei soggetti del differimento nel tempo dei consumi che possono spingere le persone ad essere più o meno impazienti (e quindi privilegiando il consumo rispetto al risparmio). Ma può influire anche la presenza e il numero dei figli può infine influire sulla ricchezza per poi lasciare un’eredità. O ancora, tra le cause, lo studio elenca esperienze familiari particolari, come spese per problemi di salute, esperienze di disoccupazione e altro.

“Il peso crescente della finanza”. La disuguaglianza, nel lungo periodo, sembra essersi ridotta negli anni Ottanta, crescente negli anni Novanta e di nuovo in calo nel Duemila.  In particolare il divario cresce anche per il “peso crescente che sul finire del secolo assumono le attività finanziarie”: “Un incremento nei prezzi delle azioni tende ad accrescere i livelli di disuguaglianza perché i più ricchi tendono a possedere queste attività”.

La ricchezza e i ceti. In vent’anni (dal 1987 al 2008) a pagare il prezzo maggiore sono state le famiglie di operai che hanno registrato una caduta nei livelli di ricchezza media, un calo del 15 per cento. Perdono qualcosa anche le famiglie dei liberi professionisti e degli imprenditori, ma in quantità molto minore. La categoria che invece mette a segno un miglioramento dei livelli medi di ricchezza è quella dei pensionati.

La ricchezza e le fasce d’età.A perdere sono stati negli stessi vent’anni anche i giovani: nel 1987 erano su livelli medi non lontani dal resto della popolazione, mentre a partire dal 2000 queste famiglie “vedono peggiorare decisamente la loro condizione” si legge nello studio. Il contrario è successo per gli anziani: in questo periodo hanno visto migliorare la loro posizione. Le classi intermedie (dai 30 ai 50 e dai 50 ai 65 anni seguono il trend delle relative fasce d’età più estreme).

Quanto conta la famiglia. Uno dei fattori principali che contribuisce a spiegare le origini della ricchezza, continua il rapporto di Bankitalia, sono le eredità e i doni che questi ricevono dalla famiglia di origine. Secondo alcuni dati del 2002 valgono tra il 30 e il 55 per cento.

“Ricchezza uguale capacità contributiva”. Perché è così importante misurare la ricchezza lo spiega lo stesso studio di Bankitalia: “La ricchezza, insieme ai redditi e ai consumi, è uno degli aggregati sui quali lo Stato misura la capacità contributiva dei cittadini. Conoscerne l’ammontare e come si distribuisce tra i vari gruppi di popolazione è dunque essenziale per misurare in che modo si distribuisce, o potrebbe distribuirsi, il carico fiscale”.

Ricchi 7 volte di più rispetto al 1965. La ricchezza netta delle famiglie in Italia ha registrato una crescita considerevole negli ultimi decenni, spiega il rapporto. Nel 2009 la ricchezza complessiva delle famiglie era pari a circa 8588 miliardi di euro, oltre 7 volte e mezzo rispetto al valore del 1965 (fatti salvi i valori del 2009). La crescita è stata quindi del 4,7 per cento all’anno. Una crescita leggermente inferiore l’ha fatta registrare il dato pro capite: nel 2009 è stato di 143mila euro contro i 21700 euro del 1965 (la cifra è sempre proporzionata ai valori di oggi).

Rifondazione: “Crimine contro il popolo italiano”. A questi dati arriva anche il commento del segretario di Rifondazione Comunista, Paolo Ferrero: “In questa condizione noi da mesi proponiamo inascoltati una tassa patrimoniale sulle grandi ricchezze. Il governo e la sua maggioranza, che non vogliono fare la patrimoniale, commettono un vero e proprio crimine contro il popolo italiano”. “Un governo e una maggioranza che aumentano le tasse per tutti quando vi è chi non sa che cosa farsene dei soldi – aggiunge – è la dimostrazione che ci troviamo davanti ad una politica di destra completamente fuori dalla lettera e dallo spirito della Costituzione. Cosa ha da dire adesso il Presidente Napolitano che in questi mesi ha benedetto la sciagurata politica del governo Monti?”.