Il voto per le suppletive di domenica in Birmania non può essere considerato pienamente regolare e libero. Nel comizio di chiusura della campagna elettorale la leader dell’opposizione democratica Aung San Suu Kyi ha lanciato l’allarme per un appuntamento chiave delle riforme nel Paese dei pavoni. Le elezioni sono le prime da quando al governo siede un esecutivo di civili, sebbene emanazione dei generali al potere per oltre per quarant’anni. Il premio Nobel per la Pace correrà per uno dei 45 seggi lasciati vacanti dai parlamentari che hanno assunto ruoli nell’esecutivo. La “Signora”, come è chiamata dai suoi sostenitori, sarà candidata nelle liste della Lega nazionale per la democrazia nella circoscrizione di Kawhmu, a sudovest dell’ex capitale Rangoon, una delle regioni più colpite dal ciclone Nargis che nel 2008 fece oltre 130mila morti, mentre la giunta militare rifiutò gli aiuti internazionali temendo ingerenza straniere nei propri affari interni.

Il comizio di oggi è stato il primo dopo il malore che l’ha colpita lo scorso fine settimana, costringendola a sospendere una campagna elettorale in cui a ogni sua tappa è stata accolta da bagni di folla, ma, ha denunciato, è stata contraddistinta anche da intimidazioni e ostacoli. Nella stessa circoscrizione di Suu Kyi, la cui elezione è data per certa, sarebbero centinaia i morti iscritti nei registri elettorali. mentre 1.300 persone con diritto di voto sono irrintracciabili. “Siamo dispiaciuti nel vedere che né il governo né la Commissione elettorale siano stati sinceri come avrebbero dovuto essere – ha spiegato – Noi, comunque, siamo determinati ad andare avanti perché è ciò che vuole la gente”. “Non credo che possiamo dire che saranno elezioni giuste e libere se guardiamo alle irregolatà che sono avvenute – ha ribadito – Dal momento che vogliamo continuare a lavorare per una vera riconciliazione, tollereremo quello che è successo”.

Nonostante il sostegno popolare, la candidatura del Nobel per la Pace non ha mancato di aprire divisioni all’interno del movimento democratico. Come scrive il sito degli esuli Democratic Voice of Burma, Suu Kyi si è dovuta difendere dagli attacchi di chi la accusava di compromettere la sua lunga battaglia per la democrazia con aperture di credito a un esecutivo in cui i generali hanno semplicemente smesso la divisa per indossare il doppio petto. A queste critiche ha risposto spiegando che la sfida elettorale non si esaurisce con la poltrona, ma serve a far diventare consapevoli i birmani. Inoltre ha ribattuto che non si farà allettare dalle proposte di unirsi all’esecutivo ma continuerà a lottare in Parlamento.

Dopo le aperture economiche, le concessioni sulla libertà di stampa e l’amnistia per oltre 600 prigionieri politici, una tornata regolare è tra le condizioni poste dalla comunità internazionale per la revoca delle sanzioni economiche imposte al regime.

Nel suo nuovo corso riformista, il governo guidato dal presidente Thein Sein ha autorizzato la presenza di osservatori internazionali, in parte inviati dall’Associazione delle nazioni del Sudest asiatico e in parte da Stati Uniti e Unione Europea. Non fu così nel novembre del 2010, quando le prime elezioni convocate dalla giunta militare in vent’anni si conclusero con un plebiscito per il Partito di Unione per la Solidarietà e lo Sviluppo, braccio politico dei militari, e furono boicottate dall’Nld di Suu Kyi che denunciò brogli e l’esclusione dalla competizione della “Lady”, allora agli arresti domiciliari che sarebbero scaduti una settimana dopo il voto. Domenica gli osservatori saranno invece 159, cui si aggiungeranno un centinaio di giornalisti cui è stato concesso il visto.

La commissione elettorale ha infine posticipato il voto in tre circoscrizioni nel nord, vicino alle zone teatro di scontri tra l’esercito e le milizie autonomiste della minoranza Kachin. Ufficialmente il rinvio è stato deciso per motivi di sicurezza, ma l’opposizione contesta la scelta perché le aree sarebbero in realtà lontane dai combattimenti. La soluzione a decenni di conflitti che dalla proclamazione dell’indipendenza dai britannici oppongono le minoranze etniche e il governo centrale è un altro dei nodi irrisolti del processo di riforma del Paese. Il governo ha raggiunto accordi di cessate-il-fuoco con i gruppi Karen e Shan, sebbene, come emerso dai rapporti di Human rights watch le violenze continuino così come lo sfruttamento dei bambini soldati. Nessun passo avanti è stato fatto invece con i Kachin che chiedono di affrontare diverse questioni politiche prima di sedersi al tavolo di pace.

A rivendicare un ruolo politico è anche l’esercito che detiene un quarto dei posti in Parlamento. Il capo di Stato maggiore Min Aung Hlaing, che ha preso il posto dell’ex numero uno del regime, Than Shwe, ha annunciato che i militari si faranno garanti della Costituzione e continueranno a interessarsi alla politica come in passato. A differenza del suo predecessore ha però lasciato libertà di voto ai soldati che non saranno più costretti a votare per il partito al potere.

di Andrea Pira