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Milano, “uccisero Lea Garofalo e la sciolsero nell’acido”: il pm chiede sei ergastoli

Della morte della donna è accusato l'ex compagno Carlo Cosco, con i fratelli Giuseppe e Vito e tre presunti complici. Il sostituto procuratore Tatangelo: "Grossolano errore della commissione ministeriale", che nel 2006 tolse la vittima dal programma di protezione per collaboratori di giustizia. Negata l'aggravante mafiosa

Sei ergastoli per i presunti responsabili della morte di Lea Garofalo, accusati di aver sequestrato a Milano l’ex collaboratrice di giustizia calabrese e di averla sciolta nell’acido in un terreno a Monza. Li ha chiesti il pm Marcello Tatangelo nella requisitoria del processo in corso nel capoluogo lombardo. La donna scomparve il 24 novembre del 2009 a Milano dopo essere salita sull’auto dell’ex compagno, Carlo Cosco, imputato assieme ai fratelli Giuseppe e Vito, a Rosario Curcio, Massimo Sabatino e Carmine Venturino. Per tutti loro il rappresentante dell’accusa ha chiesto il carcere a vita con isolamento diurno di 18 mesi. Il primo marzo, Carlo Cosco aveva negato ogni responsabilità: “Se la volevo uccidere, la uccidevo in Calabria”.

”Sono dei vigliacchi, si sono messi in sei contro una donna”, ha detto il pm Tatangelo ai giudici della prima corte d’assise, e mentre su un telone scorrevano alcune immagini di Lea Garofalo, ha aggiunto: “Date giustizia a questa donna”.

Nella requisitoria, il magistrato ha denunciato il “grossolano errore” della Commissione ministeriale che, nel 2006, le revocò il programma di protezione non ritenendola “attendibile”. La donna, sorella del boss della ‘ndrangheta di Petilia Policastro (Crotone) Floriano Garofalo, era entrata nel programma di protezione nell’estate 2002, ma quattro anni dopo le venne revocato perché le sue dichiarazioni ai magistrati erano rimaste senza riscontri. Poi però, ha spiegato il pm in aula, “giustamente intervenne il Consiglio di Stato che annullò quella decisione”, perchè la Commissione ministeriale aveva fatto “un grossolano errore procedurale, dato che un collaboratore può essere attendibile anche quando non si trovano riscontri alle sue dichiarazioni”.

Così la donna tornò sotto protezione “fino all’aprile del 2009”, quando poi “decise lei stessa di uscirne per cercare un contatto con il compagno, per capire se poteva vivere senza la paura di morire”. Scomparve per sempre tra il 24 e il 25 novembre del 2009.

Lea Garofalo era andata a Milano con la figlia Denise perché Carlo Cosco aveva telefonato alla ragazza dicendole, come ha ricostruito il pm, “vieni a Milano, ti pago il biglietto e ti compro dei vestiti”. Per il pm, Cosco aveva programmato il sequestro e l’omicidio con “diabolica lucidità”, ci pensava sin “dal 2001” e ci aveva già provato “sei mesi prima a Campobasso”. Carlo Cosco e il fratello Giuseppe, secondo il pm, volevano ammazzarla e farla sparire soprattutto perché sapeva e aveva parlato con gli inquirenti “di un omicidio avvenuto nel ’95”. Cioè l’esecuzione del boss Antonio Comberiati, ucciso a colpi di pistola a Milano, nel cortile di via Montello 6, storico quartier generale dei Cosco. Lea era certa del ruolo del compagno nell’omicidio, del quale però non fu testimone oculare.

Certo, ha chiarito il pm, “che Lea ha sopravvalutato se stessa quando è andata a Milano con la figlia, ma immaginate voi una madre che non ha soldi per comprare un vestito alla figlia, che è terrorizzata, fragile e che sta cercando di salvarsi a suo modo dall’ex compagno. Ha agito ancora per il bene della figlia”. Denise, 19 anni, ha seguito l’udienza “nascosta” per ragioni di sicurezza in un corridoio a fianco dell’aula.

La sorella e la madre della vittima, assistite dall’avvocato Roberto D’Ippolito come parti civili, hanno chiesto nei giorni scorsi al pm di contestare l’aggravante mafiosa. Ma Tatangelo è rimasto fermo sulla posizione assunta fini dall’inizio del procedimento. “L’aggravante viene contestata quando è provato il fine di agevolare l’associazione mafiosa – ha chiarito oggi in aula – ma deve essere provata quindi anche l’esistenza della sottostante associazione. E in questo caso abbiamo una sentenza che ha stabilito che tale associazione non c’era”.

Il riferimento è a una sentenza degli anni scorsi a carico di Carlo Cosco e del fratello Giuseppe su un traffico di stupefacenti. I due non sono mai stati condannati per associazione mafiosa, anche se la ricostruzione dello stesso pm racconta un costante tentativo di “accreditamento” presso la ‘ndrangheta di Petilia Policastro – funzionale a un’espansione nel commercio di droga a Milano – anche grazie alla quasi parentela acquisita con i Garofalo. Il pm ha spiegato, inoltre, che la donna è stata ammazzata per un mix di ragioni “di odio personale e ‘onore’ criminale”.

La requisitoria dovrebbe concludersi domani, con le richieste di condanna.


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