“Avessi avuto un figlio, oggi assomiglierebbe a Trayvon…”. Questo, invocando un esame di coscienza collettivo (“all of us have to do some soul searching”), ha detto ieri Barack Obama rispondendo ad un giornalista che gli chiedeva di commentare un caso che, nelle ultime settimane, ha con forza rievocato due dei demoni – demoni “paralleli” per molti aspetti – che la democrazia americana mai è riuscita ad esorcizzare del tutto: quello antico del razzismo – un peccato originale a più riprese emendato, ma non cancellato – e, ancor più, quello della “paura armata”. O, più esattamente: quello d’una abnorme diffusione delle armi da fuoco, alimentata da un altrettanto abnorme (e letale) cultura della difesa personale.

Trayvon, l’ipotetico figlio maschio del primo presidente afroamericano degli Stati Uniti, è in realtà Trayvon Martin, diciassettenne di pelle nera morto ammazzato la notte dello scorso 26 febbraio, in quel di Twin Lakes, uno dei villaggi murati (“gated communities”) sorte in Florida nei dintorni di Orlando, all’ombra di Disney World. Trayvon – uno studente modello che, come Obama, non è affatto un “figlio del ghetto” – si trovava da quelle parti perché proprio lì vive suo padre (da sua madre divorziato e risposatosi). E da quelle parti – mentre tornava da una visita ad un “7/11”, dove aveva acquistato un pacchetto di “Skittles” (caramelline colorate) ed una bibita (Arizona Cold Tea) per il fratellino minore che vive col padre – è stato per sua disgrazia avvistato da George Zimmerman (un ispano, a dispetto del nome). Zimmerman era (ed è) “capitano” d’un gruppo di vigilanza volontaria del quartiere. Ed in quanto tale – questo disse in un’allarmata telefonata al “911”, il numero d’emergenza della polizia – aveva creduto di vedere in quel ragazzino nero con cappuccio che camminava per la strada qualcosa  che “non prometteva nulla di buono”.

Pochi minuti dopo quella telefonata, Trayvon era morto, ucciso da un colpo di pistola in pieno petto. Morto, presumibilmente, proprio a causa di quel “nulla di buono” che il “capitano” aveva scorto nella sua passeggiata notturna. Le raccomandazioni telefoniche della polizia a Zimmerman – perfettamente in linea con la filosofia che, in teoria, ispira tutti i gruppi di vigilanza volontaria (“citizen watch”) – erano state chiarissime. Non seguire il sospetto, evitare ogni contatto e lasciare che fossero gli agenti a prendersi cura del caso. Ma Zimmerman aveva evidentemente fatto tutto il contrario. Ovvero: aveva seguito il “sospetto” ed era entrato con lui in contatto, uccidendolo. E proprio questa è – per concludere la cronaca –  la vera sostanza della storia. O meglio: la vera fonte dello scandalo. Per lo Stato della Florida – una sorta di campanelliana “Città del Sole” per chi ama portare (ed usare) armi da fuoco – Zimmerman era legalmente autorizzato a circolare con una o più pistole. E del tutto legalmente, con la pistola che legalmente portava, la sera del 26 febbraio, Zimmerman (contro il quale non è stato aperto alcun tipo di procedimento giudiziario) ha ucciso Trayvon Martin. Perché legalmente? Perché Trayvon, poco importa quali siano state le circostanze dell’omicidio, gli faceva paura. Questo dice una legge che – nota come “Stand Your Ground ” (non cedere il passo) ed approvata quasi all’unanimità negli anni in cui governatore era Jeb Bush, il fratello intelligente di “W” – di fatto soggettivizza al massimo livello il concetto di legittima difesa. In sostanza: basta che uno – poco importa quali siano le circostanze effettive – si senta in pericolo ed è legalmente autorizzato a sparare.

Dettaglio di tutt’altro che secondaria importanza. Nata nel 2005 in Florida e subito ribattezzata “shoot first and ask later” (prima spara e poi domanda), la legge “Stand Your ground”  è divenuta – grazie all’entusiastica e finanziariamente assai ben lubricata promozione  della NRA, la lobby della armi – un vero e proprio modello. E come tale è stata adottata da un buon numero (13, al momento) di altri Stati.

Ovvia domanda: a che cosa porterà ora “l’esame di coscienza” che Barack Obama – primo presidente nero ed ipotetico padre di Trayvon – chiede (per ora in termini assai generici) a tutto paese? Qualcuno ha per contrasto e, insieme, per tragica affinità – paragonato questa storia a quella, notissima, di Emmet Till, quattordicenne nero di Chicago torturato e ucciso nel 1955 in Mississippi – dove si trovava per visitare alcuni parenti – per aver rivolto frasi sessualmente allusive ad una donna bianca.  Quell’America non esiste più. Il movimento per i diritti civili ha trionfato alla metà degli anni ’60, le leggi dell’apartheid e della discriminazione sono state quasi tutte cancellate. Il Mississippi è lo oggi lo Stato che vanta più neri eletti d’ogni altra parte dell’Unione. E gli Stati Uniti sono guidati dal primo presidente di pelle non bianca. Eppure ancor oggi, nell’America di Barack Obama, un giovane negro può essere ammazzato legalmente (i massacratori di Emmett Till vennero assolti dai tribunali del Misissippi e beffardamente confessarono poi, in interviste, il loro omicidio) per il solo fatto di imbattersi nella persona sbagliata – una persona legalmente armata, nel caso specifico – nel luogo sbagliato…Perché? E perché in un paese dove oltre il 70 per cento della popolazione è favorevole al controllo della vendita e del possesso di armi da fuoco, la NRA continua (più che mai, sotto Obama) a farla da padrona?