Ci sono fatti che, senza volerlo, diventano racconto di una verità più grande. “Più si è sofferto, meno si rivendica“, diceva Emil Cioran. Protestare è segno che non si è attraversato alcun inferno.

Patrizia Moretti, la madre di quel Federico Aldrovandi che  “è stato morto un ragazzo“, certo un’ inferno l’ha conosciuto.

Scrisse un blog, in cui raccontare di come capiti, nella quotidiana follia del vivere, di incontrare – come fosse nulla –  “uno degli assassini ” e anzi “di quelli che hanno tolto la vita a Federico“. Raccontano, Patrizia e Lino Aldrovandi, la storia di Federico e di chi lo ha amato.

Raccontano, e forse non lo sanno, qualcosa di più grande; una rabbia umana troppo umana che investe, scalcia nel petto, va come una febbre. Una resistenza d’amore che non è stata prevista, e getta bellezza al tempo.

Il corpo umano, si è detto,  non ha per l’ingiusto alcuna capacità d’abitudine. Non una fisiologia del soffrire, non una soluzione che non sia tradimento. Nasce per questo forse la parola: prima come desiderio, poi come suono, poi come giustizia rivelata del dire.

Dice, Patrizia Moretti, e non può non dire.

“Quando vedo uno di loro mi manca il fiato, come a mio figlio. Mi si ferma il cuore, come a lui. Non riesco più a respirare, non so reagire. Vorrei urlare, picchiare, uccidere, ma non ne sono capace”.

Forse sbagliava sul dolore, il grande Emil, se l’inferno di chi vive questa storia nessuno può dirlo cessato e nemmeno può dirsi cessata la protesta.

La notizia dell’oggi è che per le sue parole contro gli agenti, la madre di Federico non sarà processata per diffamazione.

Scrivendo assassino , per il G.i.p di Ferrara che ha archiviato il procedimento, Patrizia “aveva inteso indicare in Forlani colui che era stato ritenuto responsabile in primo grado dell’omicidio di suo figlio, non essendovi elementi per poter sostenere che si volle muovere un’accusa di omicidio volontario”

E se la decisione del Giudice ferrarese è senz’altro condivisibile, quanto tristemente inadeguato ci appare, in casi come questo, il linguaggio del diritto, nel suo difficile esercizio di compostezza e razionalità.

Necessario è dire l’ovvio sfuggente: che è assurdo ritrovarsi a difendere le verità sommerse e poi rivelate. Che è assurdo essere accusati del proprio dolore impresso. Ma così vanno le faccende umane, e guai a perdersi di vista. Ci si ritrova anzi vicini in storie diverse, legati senza legame, uniti nell’avere, per la Giustizia, ormai sete inestinguibile.