A Mosca tutto è pronto per il grande giorno. La data del 4 marzo, quella delle elezioni presidenziali più movimentate degli ultimi anni, rimbalza dai pochi manifesti elettorali dei candidati e da quelli istituzionali, che ricordano di andare a votare. Alle legislative di dicembre l’astensione è stata significativa. Qualcuno, per le strade, ha in mano dei palloncini, rosa. Li regalano in un cinema. Quelli bianchi, simbolo delle proteste anti-governative, ancora non si vedono. Qualcuno dice che ricompariranno già il 5 sera, dopo la vittoria, ormai quasi scontata, anche grazie ai brogli, di Vladimir Putin. Il primo ministro dovrebbe diventare presidente al primo turno, e non andare in ballottaggio, come aveva temuto. Ma la città è tappezzata di adesivi contro di lui e l’opposizione si prepara a scendere in piazza.

Ieri a Mosca giravano già voci di manifestazioni “post-elettorali”, con tanto di scontri con le forze dell’ordine. In rete circolavano anche alcuni video. Alla fine si è scoperto che si trattava della preparazione di un film, ma l’episodio è significativo di un clima molto particolare, che in Russia non si respirava da tempo. Anche i servizi segreti del Cremlino cominciano ad avvisare l’opposizione: “Qualunque manifestazione sulla Piazza Rossa verrà sciolta immediatamente”.

Intanto i candidati sparano le loro ultime cartucce. Ieri Mikhail Prokhorov, oligarca che vorrebbe catturare l’elettorato più liberale, ma che per molti è solo una pedina del Cremlino, ha chiuso la sua campagna elettorale con un grande concerto. Mentre il comunista Gennady Zyuganov, secondo nei sondaggi, cerca di conquistare i giovani che non hanno conosciuto l’Urss con spot accattivanti che lo ritraggono davanti al Cremlino, mentre scende da una Mercedes nera e dice “Pensate che non ci sia più nessuna scelta? Non è così c’è sempre una scelta”. Un riferimento a chi non vorrebbe andare a votare, conoscendo già un risultato poco gradito. E a dirla tutta qualche giovanissimo, nato dopo il 1991, in Zyuganov ci crede davvero. “E’ l’unico che può fare riforme e ha delle proposte concrete”, spiega Alexander, studente di medicina.

In tanti però si sono rassegnati a un ritorno di Vladimir Putin. Tra questi c’è anche Marina Filippovna, madre di Mikhail Khodorkovsky, patron del colosso petrolifero Yukos, in cella da quasi 10 anni, ufficialmente per frode, in realtà per avere sfidato il presidente. Oggi l’anziana donna gestisce un orfanatrofio fuori Mosca che ospita figli di dissidenti politici e vittime dei conflitti etnici. Anche la figlia di Natalia Estemirova, l’attivista per i diritti umani di Memorial uccisa nel 2009, ha studiato qui. Il centro è stato costruito per volontà dello stesso Khodorkovsky, prima dell’arresto. Marina sa già come andrà a finire “Putin vincerà di sicuro e mio figlio resterà in carcere. Ho sperato con Medvedev, ma ora posso solo rassegnarmi”.

Il caso di Khodorkovsky è diventato paradigma della grave situazione dei diritti umani in Russia e più volte è stato portato all’attenzione del parlamento europeo. “La pressione dell’Europa è fondamentale, se non per liberare mio figlio, almeno per garantire la sua sopravvivenza- spiega – La Germania, sta facendo moltissimo, forse anche qualche personalità inglese ci aiuterà”. Ma davvero tra gli altri candidati ci sarebbe stato qualcuno pronto battersi per la liberazione di suo figlio, al di là dei proclami elettorali? Marina non ha dubbi: “Tutti avrebbero fatto qualcosa, tranne il futuro presidente”. Più ottimista Vera Politkovskaja, figlia di Anna, la giornalista uccisa nel 2007 per le sue inchieste sulle guerre di Cecenia, condotte da Putin. “E’ovvio che vincerà, ma per la prima volta ho sensazioni positive. Quello che importa non è il risultato del voto, ma ciò che verrà dopo. La gente scenderà in piazza, non si può ancora prevedere quello che accadrà. Ma stiamo vivendo un momento storico per la Russia”.