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Etiopia, il patto delle 7 sigle ribelli per portare l’attacco al governo di Addis Abeba

Africa orientale, nasce la coalizione che sfida l'esecutivo di Abiy Ahmed. Ma sull'alleanza pesano le differenze etniche e politiche che per anni hanno messo l'una contro l'altra - anche in modo sanguinoso - le diverse formazioni. Il peso della guerra del Tigray che ha fatto oltre 600mila morti e il gap tecnologico con l'esercito federale
Etiopia, il patto delle 7 sigle ribelli per portare l’attacco al governo di Addis Abeba
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Tutti contro Abiy Ahmed: i ribelli delle periferie federali dell’Etiopia si uniscono e rivolgono le loro armi sul centro politico di Addis Abeba. È il nuovo fronte unificato che si è aperto contro il governo guidato dal permier ex militare insignito del premio Nobel per la pace 2019: un fronte senza precedenti per diffusione e coordinamento nella storia recente del paese africano. Sette gruppi armati su base etnica, provenienti da sei Stati regionali e con alle spalle decenni di conflitti — anche tra loro — hanno infatti annunciato domenica 20 settembre la nascita di una coalizione politico-militare con l’obiettivo dichiarato di rovesciare il “regime dittatoriale personalista e genocida” di Addis Abeba.
L’alleanza si chiama “Coalizione delle Forze del Popolo Etiope per la Sopravvivenza” (conosciuta localmente come Tsemdo) e riunisce il Movimento nazionale amhara Fano (Afnm), il Fronte popolare di liberazione del Tigray (Tplf), l’Esercito di liberazione Oromo (Ola), il Fronte nazionale di liberazione dell’Ogaden (Onlf), il Fronte rivoluzionario di unità nazionale Afar (Anurf), il Movimento di liberazione popolare del Benishangul (Bplm) e il Movimento democratico popolare Gumuz (Gpdm).

A presiederla sarà il presidente dell’Afnm, Zemene Kassie, il quale ha annunciato la formazione della coalizione sulle onde televisive di Tigrai Tv. Un annuncio altamente simbolico date le animosità passate fra le milizie Fano e le forze tigrine del Tplf e che è valso all’emittente l’oscuramento a tempo indeterminato da parte dell’Autorità etiope per i media (Ema). L’obiettivo dichiarato, oltre alla caduta del governo, è l’istituzione di un’amministrazione di transizione che fermi i conflitti in corso e apra un dialogo costituzionale inclusivo sulle “questioni nazionali fondamentali”.

 Nonostante la netta superiorità militare delle forze federali che vantano droni di produzione nazionale e più di mezzo milione di soldati, il rischio per Abiy è concreto. Se l’alleanza riuscisse nell’ambizioso obbiettivo di coordinare un comando militare unito, Addis Abeba si troverebbe a dover fronteggiare da quattro a cinque fronti contemporaneamente: un logoramento che potrebbe mettere sotto pressione perfino il primo esercito dell’Africa orientale.
Il precedente più pesante resta quello del Tigray: la guerra scoppiata nel 2020 tra le forze federali e il Tplf è costata, secondo le stime dell’Unione Africana, fino a 600mila morti nei due anni antecedenti l’accordo di pace di Pretoria del 2022. Un accordo mai messo in pratica fino in fondo, con il Tplf che ha rifiutato la smobilitazione e, lo scorso maggio, ha ripristinato il consiglio regionale prebellico di Debretsion Gebremichael, di fatto stracciando l’intesa. Da allora, le forze federali e i soldati del Tplf sono tornati a scontrarsi ad un’intensità relativamente bassa ma crescente. Tanto che nei giorni scorsi i miliziani del Fronte popolare di liberazione hanno preso l’aeroporto costringendo la Ethiopian airlines a sospendere i voli su Mekelle.

Se la diffusione territoriale dell’alleanza è un punto di forza per i ribelli, l’eterogeneità della coalizione rischia di essere anche la sua debolezza. L’unione racchiude infatti una pletora di milizie con istanze, storie, modus operandi e obiettivi drasticamente divergenti. La milizia Fano, espressione armata del popolo Amhara, oggi alleata del Tplf, ha combattuto al fianco dell’esercito federale proprio contro le forze tigrine fino al 2022: un’inimicizia recente che ha lasciato tensioni etniche e ferite ancora aperte. Restano inoltre aperte dispute territoriali fra i due gruppi, su tutte quella per il Tigray occidentale, amministrato dai nazionalisti amhara ma rivendicato dal Tplf. 

Ulteriormente incerta è la posizione dell’Ola, il gruppo armato oromo che da anni conduce una guerriglia contro Addis Abeba: storicamente un movimento secessionista con l’aspirazione dichiarata a una futura “Repubblica dell’Oromia”, i suoi obiettivi restano difficilmente conciliabili con il resto della coalizione che punta a riformare lo Stato etiope, non balcanizzarlo. Sull’Ola pende inoltre una lunga lista di accuse di violenze indiscriminate contro i civili amhara, che l’hanno naturalmente contrapposta alla milizia Fano, un bastione della nuova coalizione. Come riportato dall’Addis Standard, è dunque probabile che la milizia oromo interpreti l’alleanza come un semplice consenso procedurale piuttosto che un accordo politico vincolante, riservandosi mano libera su un’eventuale futura repubblica autonoma dell’Oromia.

A queste criticità si sommano infine ulteriori prerogative difficilmente conciliabili; dai gruppi del Benishangul-Gumuz, attivi vicino alla mega diga sul Nilo, a quelli Afar, che mirano ai corridoi strategici verso Gibuti, ai somali dell’Ogaden, che da decenni aspirano all’autonomia pur conservando il sogno pan-somalo di unirsi un giorno ai cugini d’oltreconfine. Insomma, una coalizione nata per abbattere un nemico comune ma che porta con sé tutte le fratture di più di mezzo secolo di conflitti etiopi e nessuna garanzia che, qualora cadesse Abiy, i suoi stessi membri non tornino a spararsi addosso fra di loro.

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