Quella di Michela Murgia è una competenza costruita sulla “mera osservazione” e sviluppatasi scrivendo le storie dei suoi romanzi. Oggi per la scrittrice divenuta celebre con il libro “Il mondo deve sapere. Romanzo tragicomico di una telefonista precaria” lo storytelling politico – strumento narrativo che può trasformare un politico nell’emblema della società che punta ad amministrare – diventa motivo di incontro e di formazione, come accadrà il prossimo 19 febbraio a Bologna, ospite della libreria Modo Infoshop.

“È una disciplina relativamente nuova in Italia, arrivata più o meno negli anni Ottanta”, spiega Michela Murgia, “e ho iniziato ad avvicinarmici quando è esploso il fenomeno della Lega Nord. Mi chiedevo come fosse possibile convincere milioni di persone a supportare una descrizione così irreale del mondo. Com’era possibile dare vita a ‘noi’ così granitico da non aver bisogno del confronto con nessuna forma di diversità?”

Così, per rispondersi, l’autrice nata nel 1972 a Cabras, in provincia di Oristano, e che nei suoi romanzi ha scritto di precarietà, eutanasia, adozioni e diversità di genere, è andata alla ricerca delle falsità nelle affermazioni dei politici e dei motivi per cui non esista ancora oggi un soggetto con una storia da contrapporre a quella del Carroccio. “A dir la verità”, aggiunge Murgia, “non è esistito nemmeno per il berlusconismo fin dall’origine, quando l’ex premier annunciò la sua candidatura contro i comunisti. Peccato che allora i comunisti non esistessero più”.

Dunque, in base a una costruzione narrativa, Berlusconi esiste solo se riesce a convincere dell’esistenza della sua controparte?

“Sì. La sinistra italiana ha accettato un ruolo di antagonista che qualcun altro le aveva consegnato rimanendone sottomessa per i vent’anni della narrazione berlusconiana. Nel momento in cui Walter Veltroni decide di uscire dal ruolo dell’antagonista con il famoso e patetico fraseggio del Lingotto, in cui parla del ‘capo dello schieramento a noi opposto’ senza mai fare il nome di Berlusconi, è troppo tardi, c’erano 15 anni di narrazione fatta di bianco e nero, pro e contro, con me o contro di me”.

Quali sono le caratteristiche di uno storytelling politico efficace, al di là dell’esempio berlusconiano?

“Rispetto alla comunicazione classica, la narrazione politica prevede tempi lunghi perché contempla la costruzione di una parabola narrativa. Il plot deve durare molto tempo, non solo quello di una candidatura. Lo ha fatto l’attuale sindaco di Roma, Gianni Alemanno, sulla prostituzione: non ha mai detto che l’avrebbe debellata, affermazione facilmente smentibile, ma si è limitato a mostrarla vestendo i panni dell’eroe. Nella sua costruzione narrativa, che risale alla campagna elettorale, Alemanno sale in moto e mostra il degrado di Roma. Nel corso di questo tour notturno sulla Salaria, fa vedere l’ovvio e cioè che lì, da sempre, ci sono le prostitute. Inoltre si fa seguire da una troupe che lo filma mentre lui riprende le donne, si ferma a fianco di un’auto della polizia che ne sta interrogando alcune e si fa ritrarre in atteggiamenti di confidenza con le forze dell’ordine, come se fosse già il sindaco e ne stesse supportando il lavoro. Al rientro, il filmato si conclude con un’inquadratura frontale in cui parla delle condizioni in cui sarebbe stata ridotta Roma, umiliata e resa insicura a causa di una sinistra salottiera che beve champagne e che ha abbandonato periferie e borghi. Il personaggio narrativo è quello del giustiziere della notte che vigila quando è buio”.

Negli Stati Uniti, scrittori di fantascienza sono utilizzati al posto di esperimenti di intelligenza artificiale per simulare la reazione dei cittadini in caso di attacco terroristico. Accade qualcosa del genere anche in questo caso?

“Continuamente. Vengono per esempio create narrazioni sperimentali introdotte sul mercato della comunicazione perché raggiungano il numero più alto di persone. In base alle reazioni registrate, si determinano le tracce narrative dei candidati. C’è in episodio della mia vita rivelatorio. I miei genitori vivono in un paese di 9 mila abitanti, con livelli di microcriminalità inesistenti e una vita semplice. Un giorno esco e lascio sollevata la tapparella della mia finestra. Al rientro mio zio, 70 anni, è alterato e mi intima di non farlo più. Quando gliene chiedo ragione, mi risponde ‘perché entrano gli extracomunitari‘. A me faceva ridere l’idea della mia finestra come confine della Comunità europea usata dagli stranieri per entrare, però è evidente che mio zio è vittima di una narrazione parallela alla sua realtà. L’unica finestra ‘aperta’ in quella casa è la televisione, è il Tg4, da cui arrivavano in quel momento notizie di esodi biblici”.

E si riesce anche a salvare la carriera di un politico dato per spacciato?

“Si riesce. Si pensi alla ricandidatura di George W. Bush. Dopo il primo mandato non aveva speranza di essere rieletto, ma con gli attentati dell’11 settembre 2001 alle Torri Gemelle assunse le caratteristiche dell’uomo forte. I narratori intorno a lui iniziarono a fargli rilasciare interviste vestito da capo dello stato maggiore e a fargli usare un linguaggio alla John Wayne carico di espressioni elementari, quasi sloganistiche. Poi accadde un episodio imprevedibile ma che prontamente fu cavalcato. Visitando i familiari delle vittime delle Twin Towers, una ragazza che aveva perso la parola dalla morte della madre, Asley, lo abbraccia venendo ricambiata. Suo padre scatta una foto e lei, per l’emozione, ricomincia a parlare. Quell’immagine è diventata un potente evento narrativo e nel giro di una settimana Bush si è trasformato in un uomo che abbraccia tutta l’America ferita. Se tutto questo è accaduto è perché i suoi narratori erano bravi. In mano a degli inetti, quell’episodio sarebbe annegato in mezzo a mille altri”.

Il meccanismo è simile quello della disinformazione, come accaduto con il cormorano coperto dal petrolio fuoriuscito da una nave naufragata in Alaska e non dai pozzi nell’Iraq di Saddam Hussein?

“Sì e l’unico antidoto è riconoscere le narrazioni ed educarsi alle trame. Ciò accade ridando valore politico alle storie. Siamo stati abituati a considerarle sciocchezze, ma in realtà sono l’atto politico che fonda il nostro livello di consapevolezza sociale. Oggi le campagne dei politici le fanno i pubblicitari, come Gavino Sanna che ha curato quella di Renato Soru quando è stato eletto presidente della Regione Sardegna e poi anche quella di Ugo Cappellacci, appartenente allo schieramento opposto, per la nomina della legislatura successiva. Non dimentichiamo inoltre che sempre Sanna ha plasmato l’immaginario di intere famiglie con il Mulino Bianco. I grandi comunicatori sono in grado di agire sui racconti elementari: se viene identificata un’emozione primaria, come una paura o una speranza, e si riesce a trasformarla in un’immagine narrativa che regga alle contronarrazioni, allora il potere sull’immaginario collettivo sarà enorme”.