Sono 60 i giorni che separano le donne dell’Omsa di Faenza dal licenziamento collettivo. Li trascorreranno nell’ansia di chi guarda gli ultimi granelli di sabbia scendere in una clessidra.

Ma non inerti. Le operaie stanno gridando la loro protesta: nelle piazze, sulle colonne dei giornali, in tv e sul web. Ospitate dalla trasmissione “Servizio pubblico” di Michele Santoro hanno ribadito la loro volontà di incontrare il ministro dello Sviluppo economico Corrado Passera, al quale hanno recentemente scritto una lunga lettera.

Domenica 15 gennaio saranno a Mantova e a Castiglione delle Stiviere, il feudo di patron Nerino Grassi, dove sorge la casa madre della Golden Lady.

Continuano anche le adesioni su facebook alla campagna di boicottaggio. Tre le pagine: “Boicotta Omsa”, “Mai più Omsa” e “A piedi nudi! Io non compro Omsa e Golden Lady finché non riassumono”. Ormai sono decine di migliaia gli utenti che si sono impegnati a non acquistare più i marchi controllati dalla multinazionale delle calze, che si è invaghita dell’est Europa. Le donne hanno risposto in massa. In prima fila il comitato “Se non ora quando”, le Donne in nero di Ravenna e l’Unione donne italiane.

Ora anche Coop, il principale attore sul mercato italiano della grande distribuzione organizzata, potrebbe non escludere l’adesione al boicottaggio. Lo ha dichiarato Giovanni Monti, vicepresidente di Coop Adriatica al quotidiano online Ravenna&dintorni: “A livello formale è possibile che Coop non accetti più come fornitore chi decide di delocalizzare a discapito del territorio. Per i prodotti non alimentari – specifica – gli accordi con i fornitori sono presi da Coop Italia. Certo è una decisione politica che richiede di essere ponderata con cautela e mediata dalle istituzioni locali, anche perché coinvolgerebbe non solo un supermercato, ma tutto il sistema Coop”. L’eventuale decisione di terminare i rapporti con i fornitori della Golden Lady non sarebbe comunque aliena alla politica di Coop Adriatica, visto che l’85% dei prodotti che vende sono italiani e il 53% proviene dalle regioni in cui si trova la cooperativa. Se attuata, questa misura arrecherebbe un duro colpo alla Golden Lady, da sommare alle singole azioni dei tanti consumatori solidali con le lavoratrici, in procinto di perdere definitivamente il lavoro.

La data del 14 marzo è quella fissata per il licenziamento collettivo. Rimangono due mesi, davvero pochi per tentare di imprimere una svolta a una situazione che non lascia intravedere nulla di buono all’orizzonte.

In verità il tempo ci sarebbe stato. È dal 18 febbraio 2011 che la proprietà della Golden Lady ha firmato il primo accordo con il quale si impegnava a garantire la ricollocazione del sito produttivo e a tutelare le lavoratrici, finché non si fosse fatto avanti un compratore. Da quella data più nulla, se non vaghe e vane promesse.

All’oggi le 239 operaie non sanno se c’è stato l’incontro annunciato tra i rappresentanti delle istituzioni e il possibile acquirente dei due capannoni da 44 mila metri quadrati che si vedono sull’autostrada A14, all’altezza del casello di Faenza. Un soggetto interessato ci sarebbe, lo aveva detto l’ingegner Marco Sogaro, dell’advisor Wollo, all’ultimo tavolo ministeriale del 23 dicembre.

Qualcosa in cui sperare in un panorama di totale incertezza. Ci si sono aggrappate le donne dell’Omsa e con quella speranza dubbiosa hanno salutato l’anno nuovo. Poi l’ennesima cattiva notizia: l’incontro in programma a Roma, previsto inizialmente per il 12 gennaio, è stato rinviato a data da destinarsi “per consentire le opportune verifiche”. È quanto si legge in una lettera di Gianpiero Castano, rappresentante del ministero dello Sviluppo economico, inviata a sindacati, Golden Lady, Regione Emilia-Romagna e Comune di Faenza.

“Presumiamo che l’incontro si tenga il 20 gennaio” dichiara Germano Savorani, assessore alle attività economiche del Comune manfredo.

Sul possibile acquirente però l’assessore non si sbottona: “È segretissimo, rivelarlo guasterebbe le trattative, ma si parla di una persona concreta, non come ai tempi in cui circolava la bufala che l’Ikea fosse entrata in trattativa. Vasco Errani e il sindaco di Faenza Giovanni Malpezzi l’hanno incontrato e si è discusso di un’operazione unica che non richiederebbe il cambio d’uso del sito”.

Nel giorno in cui si sarebbe dovuto tenere l’incontro al Mise, poi sfumato, le operaie dell’Omsa sono tornate da Santoro. Fu partecipando alla sua precedente trasmissione, Annozero, che resero nota a tutto il Paese la loro storia.

Samuela Meci della Filctem Cgil faentina ha ribadito con forza le ragioni di un dramma vissuto ogni giorno sulla pelle delle lavoratrici: “L’Omsa non è un’azienda in crisi: quando ha deciso di delocalizzare noi in Italia facevano la cassintegrazione, mentre in Serbia aumentavano i dipendenti da 1500 a 1900, accrescendo di conseguenza anche la produzione”.

Santoro ha chiosato le parole della sindacalista osservando: “Mentre l’azienda coi soldi pubblici fingeva una cassintegrazione per riportarvi a lavorare, in realtà si stava espandendo in un Paese, dove veniva spostata l’occupazione persa in Italia”.

“Non è vero, questo è travisare i fatti”, è il commento di Germano Savorani. “Non voglio difendere Nerino Grassi, ma lui non ha mai voluto la cassintegrazione. Due anni fa disse: ‘Chiudo e punto’. Sono stati Cgil e Cisl a Roma a chiedere gli ammortizzatori. Grassi voleva andarsene perché si era accorto di ciò che inevitabilmente succederà: la produzione di calze sparirà dall’Italia, perché non è economicamente conveniente. Anche lo stabilimento Golden Lady di Mantova chiuderà, è solo questione di tempo, già adesso lavora al 40%”.

E allora come si corre ai ripari? Davanti a una legislazione debole (non vi è alcun potere di applicare sanzioni a chi delocalizza), l’Emilia-Romagna sta lavorando a un progetto di legge che valorizzi le imprese che scelgono di restare in regione. “Come ho avuto modo di dire anche di recente -afferma Gian Carlo Muzzarelli, assessore regionale alle attività produttive- ritengo che ci debbano essere nuovi accordi e patti di lealtà tra imprese e lavoro, anche con un periodo di necessaria permanenza in Emilia-Romagna (ipotizziamo 5 anni) per imprese che hanno ricevuto finanziamenti, sostegno, incentivi dalla Regione. È ragionevole ipotizzare –conclude l’assessore- un progetto di legge in base al quale chi se ne va prima di quella scadenza, impoverendo il territorio e sottraendo posti di lavoro, debba restituire quanto percepito”.