Ho visto Mario Monti da Fazio e l’ho rivisto a Blob il giorno dopo. Certo, il suo è un altro (e alto) livello di comunicazione che ci sbalordisce ancora se comparato al recente passato.

Tra le tante cose, ha anche detto, testualmente: “La ricchezza è un valore.” Mi è subito venuto da ribattergli “Grazie tante! Lo sappiamo dall’inizio della Storia quanto la ricchezza sia un valore. É dagli albori dell’umanità che ci si scanna per onorare questo valore”.

L’ho sentito ribadire pochi secondi dopo “La ricchezza è un valore e sbaglia grossolanamente chi ci dice […] che rendiamo la ricchezza un demonio. Al contrario. La ricchezza è un valore (aridaje) che secondo me deve penetrare di più nella vita italiana, come capita nelle società anglosassoni”. Uhm, cioè “ricchezza uguale successo uguale Dio-è-con-te”. Etica protestante, calvinista, cioè. (Se non ricordo male, una simile equazione è presente anche tra le righe del Talmud.)

Mi sono chiesta se alla maggioranza degli italiani (poveri, quasi poveri, invalidi, licenziati, pensionati, cassintegrati, precari, disoccupati, dipendenti pubblici senza contratto da anni, imprenditori sull’orlo del fallimento perché senza commesse, artigiani in crisi, piccoli commercianti) questo nuovo tipo di sobrio ed anglosassone elogio della Ricchezza servisse davvero. Non bastavano già tutti gli esempi esistenti di ricchezza esibita, sfacciata, rubata, svaccata, evasa, vacanziera? Ma poi, l’italiano-medio non sa già quanto valga la ricchezza? Dopo un ventennio di cinepanettoni con personaggi ricchi fino all’indecenza, di trash-chic sbandierato anche nelle pubblicità, di apologia dell’evasione fiscale, di sogni-a-portata-di-chiunque-basta-votare-il-partito-giusto, non volete che si sia fin troppo (ed oserei dire, pericolosamente) interiorizzato il valore della ricchezza?

Fino ad un mese fa la ricchezza esibita ce l’avevamo pure al governo, ora l’abbiam sostituita con la ricchezza sobria. Certo — come dice Monti — non è il demonio in assoluto (o forse sì?), ma andiamolo a dire ai tantissimi che ricchi non lo sono punto. Andiamolo a dire ai licenziati nella torre della stazione o agli ex-Vynils dell’Asinara, agli operai della Irisbus e alle operaie dell’Omsa, alle famiglie dei suicidati per povertà, agli anziani che rubano per sfamarsi. Ciononostante, possiamo essere contenti del salto di qualità: apologia della ricchezza buona, ricchezza come virtù da emulare.

Ci hanno sempre detto che il ‘come’ è più importante del ‘cosa’ per una comunicazione efficace. Sono per lo più d’accordo. Ma tolta l’allure della buona educazione e della sobrietà, rimane l’invito a rispettare la Ricchezza, ad ammirarla, a raggiungerla. Due cose: diventare ricco (a meno che tu non sia già ricco di famiglia o ti sia trovato una raccomandazione per una nomina politico-dirigenzial-manageriale) è abbastanza difficile nel nostro Paese, in cui a mala pena la maggior parte dei cittadini sbarca il lunario; emulare i ricchi porta spesso a derive delinquenziali, anche sotto forma di tangenti, mazzette, evasione fiscali, frodi e latrocinii.

Però, ora, finalmente, abbiamo anche noi Italians una teorizzazione anglosassone della Ricchezza Buona, da una fonte autorevole e sobria. Infatti, il Primo Ministro – correggendo il tiro seraficamente – ha aggiunto parole quali ‘merito’, ‘sforzo produttivo’ e ‘talento’. Il tutto con quell’educazione e quel garbo, che tanto sorprendono l’audience, abituata da lustri e lustri a ben altre pessime ridondanze comunicative. Merito, sforzo produttivo e talento sono valori nobili, ma princìpi che in Italia sono distorti. Il merito è sopraffatto dalla raccomandazione, lo sforzo produttivo è mortificato dal costo del denaro (e non solo), il talento – se può – fugge.

Intanto, il candido (e giustificativo) elogio della ricchezza è stato fatto, a vantaggio delle coscienze dei ricchi, già duramente provate dal blitz di Cortina. Con garbo ed educazione si può dire di tutto, anche un non-sense e questo, della ricchezza buona e giusta, in tempi di crisi, sprofondo borsistico ed evasioni fiscali galattiche, tale mi è parso.

Marika Borrelli