Manovra, l’analisi di Gimbe: “La quota di Pil destinata alla sanità torna a scendere, mentre si finanziano misure spot in vista del voto”
“È il definanziamento silenzioso del Sistema sanitario nazionale, misurato rispetto al Pil, che gli annunci sui finanziamenti record non possono cancellare”. La Fondazione Gimbe boccia la quinta legge di Bilancio del governo di Giorgia Meloni. Una Manovra che “conferma il mancato rilancio del Ssn. Il Fsn cresce in termini nominali, ma il suo peso sul Pil resta inferiore a quello del 2022 ed è previsto in ulteriore calo nel triennio 2027-2029”, sottolinea il presidente Nino Cartabellotta, in base all’analisi indipendente che la stessa Fondazione ha realizzato.
L’analisi di Gimbe passa in rassegna il contenuto del testo a partire dal finanziamento del Ssn che “cresce meno della ricchezza del Paese”. “Il Fondo Sanitario Nazionale (Fsn) raggiungerà 146,3 miliardi di euro nel 2027, 147,1 miliardi nel 2028 e € 148,2 miliardi nel 2029, ma” il rapporto con il Pil previsto per il 2027 “resta inferiore a quello del 2022 e scenderà sotto il 6% dal 2028″. A fronte degli oltre 18 miliardi richiesti dalle Regioni, la legge di Bilancio prevede un aumento del Fondo di soli 7,1 miliardi nel triennio 2027-2029. “L’incidenza del Fsn sul Pil scende al 6,11% nel 2027, per poi attestarsi sotto il 6% nel 2028-2029”, spiega la Fondazione sottolineando che adesso sono le Regioni che “devono garantire i servizi con margini finanziari sempre più ristretti, scaricando sui cittadini una quota crescente del costo delle cure”.
Giorgia Meloni, in conferenza stampa post-cdm, aveva sbandierato l’aumento di risorse per il Sistema sanitario di 3,4 miliardi per il prossimo anno. In realtà per il 2027 la manovra prevede solo 2,4 miliardi di nuove risorse per il Ssn, al netto del miliardo già stanziato nella precedente legge di Bilancio. Cifre che si traducono, comunque, in una riduzione a livello percentuale del peso della spesa per la sanità pubblica sul Pil. Tra l’altro, era stato proprio il ministro della Salute Orazio Schillaci ad avere fatto sapere di aver chiesto almeno 5 miliardi in più per il 2027.
Per quanto riguarda la misure contenute, Gimbe critica anche l’istituzione del voucher sanitario da 300 euro per gli ultra-75enni per l’acquisto di beni e prestazioni sanitarie finanziato con un apposito fondo da 1.645 milioni. Questa misura non intacca direttamente il Fondo sanitario nazionale ma “non potenzia direttamente l’offerta pubblica” e se potrà essere usato sul mercato privato “le risorse pubbliche finiranno per sostenerne la domanda, senza rafforzare la capacità del Ssn di rispondere ai bisogni di salute”, dice Cartabellotta.
“Si finanziano altri capitoli di spesa e costose misure temporanee legate a scadenze elettorali, senza assicurare al Ssn risorse e riforme adeguate ai bisogni di salute e al costo delle innovazioni”, evidenzia la Fondazione. “La Manovra 2027 segna un passo indietro su tre fronti“, chiosa Cartabellotta. “Innanzitutto, la crescita del Fsn rallenta bruscamente, mentre l’inflazione aumenta i costi dell’assistenza. In secondo luogo, una quota consistente delle risorse viene assorbita da maggiori oneri, senza un corrispondente potenziamento dei servizi. Infine, interviene sui tetti e sul payback a beneficio delle imprese, adegua le remunerazioni del privato accreditato e finanzia un costoso voucher che non rafforza l’offerta pubblica”, sottolinea. “Il Governo deve assumersi la responsabilità delle priorità. I cittadini non possono continuare a pagare con i propri risparmi o con la propria salute. Perché quando chi può paga e chi non può rinuncia, il diritto costituzionale alla tutela della salute diventa un privilegio. E la politica ha il dovere di fermare questa pericolosa deriva che mina la coesione sociale e la tenuta democratica del Paese”, conclude Cartabellotta.
A scagliarsi contro la Manovra arriva anche la segretaria confederale della Cgil Daniela Barbaresi: “È irricevibile e va cambiata. Le risorse destinate alla sanità sono assolutamente insufficienti ad arginare il sottofinanziamento cronico del Servizio sanitario nazionale, garantire il diritto alla salute e a rispondere ai bisogni urgenti delle persone”. Una “dura verità dei numeri”, che viene fuori dall’approfondimento della Confederazione, “che allontanano ulteriormente l’Italia dai Paesi europei più avanzati per finanziamento della sanità pubblica”. La Cgil sèpiega che il governo Meloni, “dal suo insediamento nel 2022, quando il FSN era al 6,6% del Pil, ha già ridotto di quasi mezzo punto di Pil, equivalente a 10,6 miliardi in meno all’anno, il finanziamento del Ssn”. Barbaresi sostiene che “si tratta di importi economici che non consentono né la doverosa valorizzazione del personale, né le assunzioni, a partire da quelle necessarie a garantire l’assistenza territoriale e l’operatività di Case della Comunità, Ospedali di Comunità, assistenza domiciliare, ecc., su cui sono stati investiti oltre dieci miliardi di euro del Pnrr. Oltretutto, le risorse non sono destinate al sostegno e al rafforzamento dell’attività ordinaria del servizio pubblico ma sono in gran parte vincolate, a partire dall’innalzamento dei tetti del payback per la spesa farmaceutica, così come del tetto alla spesa per il privato accreditato, mentre continuano a permanere e a pesare come un macigno i tetti alla spesa sul personale”, conclude.