Il Rapporto della Fondazione Agnelli sulla scuola in Italia, appena pubblicato, conferma dati noti: ad alimentare la dispersione scolastica è la media. Da sempre anello debole del sistema di istruzione, la secondaria di primo grado registra e spesso rende definitiva la correlazione tra condizioni socio-culturali ed esiti, ancora contenuta nella primaria: gli studenti con genitori con la licenza media rischiano un ritardo scolastico infatti quattro volte più dei figli di laureati.

È tradito il mandato che la Costituzione affida alla scuola: “È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”. È sconfessata la grandiosa idea di scuola come ascensore sociale, concepita nel 1962 con la “media unica”, termine dell’obbligo scolastico, per garantire a tutti lo stesso diritto all’apprendimento fino a 13 anni. Qualcosa non ha funzionato, invece: le carenze che diventano incolmabili nelle superiori hanno origine proprio in una fascia di età – la pre-adolescenza – che richiederebbe il massimo di cura.

Nel 2007, ultimo anno del giudizio sintetico alle scuole medie (ottimo, distinto, buono, sufficiente) la somma delle prime due valutazioni era inferiore al numero di sufficienti. Con evidenti conseguenze sui più “vulnerabili”: i ragazzi italiani in ritardo sono l’ 11,6 % della popolazione scolastica, i migranti il 42,5 %. Il maggior ritardo alle superiori, con il 24,4 % degli italiani e ben il 71,8 % degli stranieri. Il 40,7 % dei giovani migranti è nell’istruzione professionale, il 37,6 % in quella tecnica, mentre gli italiani sono rispettivamente il 19,9 % e il 35 %: la scuola media sembra aver rinunciato a ogni funzione orientativa per traghettare nei vari segmenti delle superiori destini socialmente determinati – quando ciò avviene. Gran parte dei sufficienti, migranti o no, sono confluiti nella zona più debole della scuola superiore, dove si concentrano condizioni sociali più svantaggiate e si accumula il ritardo maggiore.

La primaria è caratterizzata da metodi didattici e pedagogici fondati su esperienza, tempi distesi, costruzione di rapporti sociali e affettivi significativi, alla base di ogni apprendimento. Alle medie, cambiamento repentino: parcellizzazione in materie, prevalenza di lezioni frontali, indebolimento della relazione affettiva per il moltiplicarsi delle figure di riferimento. Considerati efficaci in Europa, negli ultimi dieci anni si sono diffusi anche da noi gli istituti comprensivi, idea fertile e promettente di unire istituti di ordinamenti contigui – scuola dell’infanzia, primaria e secondaria di I grado – concepiti come luogo di consistenza/convivenza di identità culturali/professionali diversificate: unico POF, organi collegiali unici, unica dirigenza. I comprensivi possono essere la massima espressione di autonomia didattica e organizzativa, sperimentazione, sviluppo e ricerca, sinergie con il territorio.

Sono una tipologia di scuola nata per esigenze gestionali, che può avere però anche importanti valenze metodologiche e introdurre curricula davvero verticali. È una prospettiva che non può essere ridotta a manovra di risparmio, come invece prevede la L. 111/11 “Disposizioni urgenti per la stabilizzazione finanziaria”: tutte le istituzioni scolastiche del 1° ciclo dovranno essere accorpate; nuovi e vecchi istituti comprensivi dovranno avere almeno 1000 alunni; le istituzioni scolastiche con meno di 500 alunni non potranno avere un dirigente titolare e un direttore amministrativo, ma saranno affidate in reggenza. Contrazione di circa 3.180 posti per i presidi (-30 %), 1.130 per i direttori amministrativi (-11 %) e 1.100 per gli assistenti amministrativi. Riduzione di spesa per la rete scolastica: 200 milioni l’anno. In novembre la legge di stabilità ha alzato da 500 a 600 il numero di alunni che garantisce un dirigente di ruolo. Salgono così a 3.138 dalle 1.812 previste dai precedenti parametri le scuole da accorpare (dati Tuttoscuola).

La Scuola della Repubblica non può ridurre l’equità all’accesso, deve garantire il successo formativo; e la crisi della media non può essere risolta a suon di tagli. Tanto più che i suoi docenti sono i più vecchi: 52,1 anni l’età media. E sono anche i più instabili: il 35 % non resta per più di due anni sulla stessa cattedra. Annunciando i prossimi concorsi, Profumo ha detto: «Voglio riaprire la scuola ai docenti giovani ed evitare di bloccare una generazione di neolaureati che oggi non ha alcuna possibilità di ottenere una cattedra», ma intanto l’unica cosa certa a norma di legge è l’innalzamento dell’età pensionabile del personale.

Il Fatto Quotidiano, 3 Gennaio 2012